Ci sono voluti duecento anni di studio e dibattiti infuocati perché l’arte cristiana rispondesse alla sua prima domanda, semplice e vertiginosa: come si fa a tenere agganciati Antico e Nuovo Testamento, dopo essere stati testimoni oculari della vita di Gesù?
Come si fa a sostenere che l’Antico Testamento non soltanto precede, ma anche anticipa e addirittura suggerisce il Nuovo?
Duecento anni di tentativi in tutto il bacino del Mediterraneo con intuizioni allegoriche talvolta geniali e risultati pittorici ora alti ora mediocri. A Ravenna si conservano tre mirabili composizioni, la più ricca delle quali -presbiterio e coro in San Vitale- con valore di capolavoro pittorico e paradigma di riferimento per l’arte medievale prossima ventura.
I primi risultati alla domanda iniziale prendono corpo ad Alessandria d’Egitto, città cosmopolita senza eguali, in cui il cristianesimo viene a confronto con l’immaginario egizio, i culti orientali, esoterici e gnostici, ma soprattutto con l’eredità filosofica greca, incline al simbolismo e alle figurazioni allegoriche.
Ad Antiochia e Gerusalemme, sull’antico ceppo ebraico, fioriscono insieme le eresie e i grandi Padri della Chiesa. Questi teologi congiungono con impeccabile rigore letterario la vita terrena di Gesù alle profezie dell’Antico Testamento.
Il testimone più emozionante e prezioso, vertice di tale cristianesimo orientale, è il Vangelo miniato nel corso del quinto secolo, che prende il nome moderno di “Codice Purpureo Rossanense” dalla città calabrese che ebbe il dono di riceverlo, forse al tempo in cui in Oriente imperversava la terribile
guerra delle immagini.
In Occidente, vescovi come Ambrogio, Agostino, Cromazio e Massimiano, educati alla esegesi alessandrina, commissionano pitture e mosaici che ancora si possono vedere a Milano, Roma, Aquileia e soprattutto Ravenna.
Il principio esecutivo è ovunque lo stesso: mettere in parallelo due serie di avvenimenti che apparentemente non hanno tra loro alcun rapporto, diventa legittimo ed assume significato solo alla luce dei contemporanei lavori di interpretazione e catechesi.
A Ravenna gli avori della Cattedra di Massimiano (come a Roma i mosaici di Santa Maria Maggiore) propongono una tesi iconografica inedita: la storia di Giuseppe non intende controbilanciare la storia dell’infanzia di Cristo e dei suoi miracoli (nonostante Giuseppe, come Giona o Mosè o Giosuè, venisse già
inteso quale prefigurazione di Cristo). Nella Cattedra non si definisce il parallelo Giuseppe/Gesù (il cui legame semmai è quello del pane eucaristico); ciò che interessa principalmente è la rievocazione di due capitoli importanti della stessa “ Storia Sacra ”. Questo, infatti, è il nuovo traguardo dell’arte cristiana
dopo lo sgomento per il sacco di Roma compiuto nel 410 da Alarico: l’unità della Storia Sacra fin dall’inizio del mondo e la rappresentazione di questa storia in due periodi successivi, corrispondenti all’Antico ed al Nuovo Testamento.
Il legame misterioso stabilito dalla Provvidenza tra gli avvenimenti dei due Testamenti viene presentato in Sant’Apollinare Nuovo nei registri medio e alto dei mosaici della grande navata.
La vitalità della fascia alta, ben scandita e piena di movimento della vita di Gesù, si stempera e quasi si arresta sulla galleria statuaria dei grandi profeti senza nome, più in basso.
L’effetto di spaesamento è notevole e precisamente voluto: non interessano i nomi, i fatti, gli episodi della realtà contingente, ma lo scorrere profondo della Storia Sacra. La stessa vita terrena di Gesù -forse questa è l’insidia nascosta dell’eresia ariana- viene relativizzata ad episodio e ricompresa nel disegno
inafferrabile della Provvidenza divina. Quel che è certo è che il gruppo dei profeti anonimi sui muri laterali di Sant’Apollinare Nuovo rispondono propriamente a questo Mistero: essi sono messi di fronte alla serie degli avvenimenti da loro stessi predetti nel Tempo Antico e poi inverati nell’Età della Grazia.
Nella basilica di San Vitale si giunge infine alla risposta definitiva: i mosaicisti hanno ormai scoperto le possibilità di evocare le prefigurazioni dell’Antico Testamento, tralasciando perciò le narrazioni vetero-testamentarie e anche le promesse bibliche che si compiono pienamente nell’Età della Grazia.
Nell’impero romano-bizantino ormai riunificato, è giunto il momento di proporre nella liturgia e nelle figure un unico tema generale: la travolgente verità dell’amicizia di Dio a partire da Abramo e Mosè, al quale fu trasmessa la legge, passando attraverso i profeti, fino al momento decisivo della Redenzione
(l’Agnello e gli evangelisti alla sommità della volta).
La controparte è costituita dalla devozione dell’uomo con le sue offerte a Dio nell’Antico Testamento (Abele, Melchisedech, Abramo) e nel Nuovo (i Magi e la coppia imperiale).
Infine, nell’abside, Cristo in maestà, sul suo trono in paradiso fino alla fine dei
tempi. L’Antico Testamento è rappresentato da Abramo nell’oasi di Mambre, da Mosè sul Monte Sinai, dai profeti e dalle scene delle offerte.
Nessuna scena del Nuovo Testamento è introdotta nel ciclo come controparte (eccezion fatta per l’adorazione dei Magi ricamata sulla veste di Teodora): i temi dell’Antico Testamento sono veramente al centro del programma generale.
Essi sono indispensabili per l’equilibrio dell’insieme iconografico quanto gli avvenimenti ricordati lo sono per tutta l’opera divina della salvezza, nella quale ciascuno di loro trova la sua collocazione. A San Vitale le raffigurazioni dell’Età della Grazia sono limitate al solo coro, anche se collocate bene in vista
e ad esse viene riservato uno sfondo dorato. Per il pittore della fine dell’antichità e per i suoi successori medievali, questo modo di utilizzare i temi veterotestamentari apre le porte ad un prodigioso arricchimento del vocabolario dei termini iconografici offrendo altresì ai vescovi e al clero la possibilità di esporre in modo nuovo i contenuti della fede cristiana.
Attraverso il suo capolavoro, San Vitale schiude definitivamente le porte al Medio Evo.

ORIENTE ED OCCIDENTE UNITI E DISTINTI. LE BASILICHE “GEMELLE”
DI SANT’APOLLINARE IN CLASSE E SAN VITALE
Ciascuna di esse affascina; prese assieme formano un “unicum” di fede e bellezza incomparabili.
Le due chiese affrontano e coniugano tra loro i fondamenti dottrinali, politici ed istituzionali sui quali si regge il mondo cristiano del sesto secolo: davvero possiamo chiudere i libri di storia perché nessuna sintesi fu mai composta superiore a questa.
In San Vitale, nel presbiterio, viene narrata la storia della salvezza: le figure salgono verso l’alto della cupola con la mediazione dei profeti e degli evangelisti fino all’Agnello.
Le storie di Mosè fungono da tessuto connettivo e collocati dentro le lunette figurano gli uomini che hanno testimoniato la fiducia nella promessa di Dio, anche nei casi più drammatici o misteriosi della loro vita: Abramo, Abele, Melchisedech.
Esattamente perpendicolare all’Agnello, scendendo velocemente con lo sguardo dalla cupola al pavimento troviamo ancora oggi l’altare su cui si rinnova l’offerta di amicizia che Dio fece a Mosè e che Gesù ha esteso al mondo intero attraverso l’Eucarestia.
Nell’abside e nel semicatino stanno l’imperatore, che è persona sacra perché scelta da Dio per garantire la pace e la felicità nel mondo e al di sopra dei cortei imperiali la scena del Paradiso dove si garantisce la pace eterna amministrata da Gesù, non più nelle sembianze allegoriche dell’Agnello, ma nel suo
aspetto definitivo di giovane maestro e giudice buono, che premia i giusti.
Ai suoi piedi scorrono i quattro fiumi che irrigano la terra con le parole del Vangelo.
In Sant’Apollinare in Classe vengono svolti in maniera straordinaria il Mistero della salvezza e il ruolo della Chiesa nel mondo.
L’impronta spirituale è assolutamente bizantina: per ottenere la salvezza eterna occorre separarsi dal mondo terreno e innalzare lo spirito verso la contemplazione, (come accade nella incomparabile scena della Trasfigurazione che domina l’immenso catino absidale). A perpetuare e garantire l’accesso
alla vita eterna è soltanto la fede della Chiesa, rappresentata a Ravenna dal suo primo vescovo Apollinare, in un circuito umano mai interrotto che da Betlemme giunge a Gerusalemme e prosegue fino a Classe e a Ravenna, capitale dell’impero di Occidente.
San Vitale e la gemella Sant’Apollinare in Classe concludono l’Età Antica e inaugurano il Medioevo.