Sant’Apollinare Nuovo in Ravenna: una basilica per due religioni.
Con la costruzione della sua chiesa di palazzo (oggi Sant’Apollinare Nuovo) Teodorico realizza, verso la fine del V secolo, una fusione inedita di architetture, sculture e decorazioni, di ispirazione orientale ed occidentale, che costituirà il tratto distintivo dell’edilizia e dell’arte ravennate-bizantina.
Sant’Apollinare Nuovo è prima di tutto la testimonianza esibita dei felici rapporti politici che intercorrono tra Teodorico e l’imperatore di Costantinopoli (di cui era figlio adottivo) e dal quale era stato riconosciuto re d’Italia.
I mosaici delle pareti, ancora in gran parte superstiti, ci permettono di seguire l’evoluzione di questa arte dall’età teodoriciana a quella giustinianea dai punti di vista iconografico, stilistico e ideologico.
È possibile infatti cogliere senza difficoltà i riflessi della religione ariana e della politica del re goto e successivamente il polso della reazione bizantina e della ortodossia cattolica.
Le 26 scene cristologiche rappresentano il più grande ciclo monumentale del Nuovo Testamento, unico per le scelte tematiche e la successione degli episodi che rispecchiano con evidenza le concezioni
religiose dei Goti. Va notato che, soprattutto nel ciclo dei miracoli, le scene non seguono un preciso
ordine cronologico e sono stati tralasciati importanti episodi della vita di Gesù; mentre ne compaiono altri che costituiscono un unicum nell’arte paleocristiana, quali la “parabola del Fariseo e del Pubblicano”, la “guarigione del paralitico di Cafarnao”, o che comunque sono molto rari, come la “guarigione dei due ciechi di Gerico”, oppure “l’obolo della povera vedova”.
Nel ciclo della Passione mancano invece le scene della flagellazione e della Crocifissione, considerate infamanti dalla religione ariana.
Siccome gli Ariani consideravano Cristo soprattutto come maestro, guida ed esempio da imitare, furono largamente raffigurate le scene che presentavano tali concetti (la chiamata di Pietro e Andrea, i ciechi di Gerico e l’indemoniato che dopo il miracolo seguirono il Maestro) o i dogmi della fede ariana, come
quello della subordinazione del Figlio al Padre espresso nell’episodio della risurrezione di Lazzaro nel quale, secondo il Vangelo di Giovanni (Giov, 11, 41-42) Cristo prega il Padre di concedergli il miracolo.
Allo stesso tempo i mosaici teodoriciani sono espressione di una cultura certamente influenzata dall’ambiente costantinopolitano, come è possibile dedurre dalla presenza di numerose iconografie di derivazione imperiale.
Nei pannelli con le scene cristologiche il Maestro non ha l’abbigliamento consueto della iconografia cristiana; veste bensì abiti di porpora, così come abiti regali vestono la Vergine e il Cristo assisi sul trono nella fascia inferiore.
Per quanto riguarda la Madonna in trono con il Bambino, si tratta della più antica immagine monumentale della Vergine, giunta fino a noi, costituendo in tal modo il prototipo delle innumerevoli raffigurazioni della Vergine in Maestà, tipiche dell’arte bizantina e medievale.
Assolutamente originale ed unica nell’arte paleocristiana è la rappresentazionemusiva della città di Ravenna, con il sacro Palatium e della città di Classe con il porto, all’interno di un edificio religioso.
I due riquadri, grazie a questa collocazione, proiettano le due città in una dimensione sacra e ultraterrena.
La scelta così inusuale sia a quei tempi che successivamente, si può spiegare forse con l’intenzione di glorificare Teodorico sottolineando il rango della nuova capitale, erede della gloriosa Roma, su cui il re goto felicemente dominava.
Questo messaggio ideologico era espresso chiaramente da immagini cancellate dalla inflessibile censura bizantina nel timpano del Palatium, ove Teodorico era raffigurato a cavallo, fiancheggiato dalle personificazioni di Roma e Ravenna, quest’ultima con il piede destro sul mare e il sinistro sulla terraferma.
La censura operata dal vescovo cattolico Agnello, mirante ad eliminare ogni riferimento al dominio ostrogoto e alla religione ariana, si preoccupò nel contempo di ribadire chiaramente i concetti della ortodossia cattolica.
A capo della teoria dei santi fu posto infatti San Martino, fiero oppositore degli Ariani, mentre la processione delle vergini è guidata da Santa Eufemia, strenua sostenitrice delle deliberazioni del Concilio di Calcedonia (451), che avevano ribadito la duplice natura, umana e divina del Cristo, unite senza confusione nella sua persona.
Agnello completò il nuovo programma decorativo col dogma trinitario in funzione antiariana, espresso dai tre re magi in adorazione del Cristo-Dio.