Ravenna è l’unica città tardoantica a conservare un battistero dedicato al culto ariano la cui decorazione musiva -ad un primo sguardo così vicina a quella del battistero cattolico- marca più in profondità alcuni aspetti di contrasto, se non di aperta opposizione.
Lo spruzzo d’acqua battesimale che lo Spirito Santo in figura di colomba lascia ricadere su Gesù, esprime la subordinazione della natura umana alla più potente figliolanza divina e dunque la esplicita contrapposizione alla dottrina ortodossa che vuole due nature perfettamente compiute e distinte convivere nella persona del Cristo.
La stessa esibizione, a dire il vero assai poetica, della giovane nudità di Gesù nell’atto di ricevere l’acqua santificata dallo Spirito, mentre sul suo capo si posa la carezza leggera e quasi titubante di Giovanni Battista ed il fiume Giordano alza il braccio in segno di conferma dell’evento miracoloso, va intesa
appunto in questa chiara prospettiva.
Ed è così che nel battistero della cattedrale cattolica i dodici Apostoli con le corone sulle mani velate acclamano il Cristo del medaglione centrale, proclamato nel battesimo figlio di Dio; nel battistero ariano gli stessi Apostoli rendono omaggio al grande trono gemmato, che si trova proprio dalla parte opposta della scena battesimale, sormontato dalla croce dai cui bracci pende un drappo purpureo, simile ad un sudario. In questo caso il trono non si deve intendere come preparato per il Cristo che verrà nel giorno del giudizio, quanto piuttosto come allegoria della sua morte e dunque espressione della
sofferenza sulla croce in quanto anch’egli partecipa in via subordinata della nostra natura umana.
Dal punto di vista iconografico, di grande interesse per la sua unicità nell’arte del mosaico monumentale (come del resto nel battistero cattolico) appare la raffigurazione del Cristo nudo, con particolari anatomici resi con esplicito realismo.
Differenze fra i due battisteri si possono riscontrare anche dal punto di vista stilistico: il fondo blu indaco del battistero cattolico cede il posto, in quello ariano, allo sfondo aureo, su cui le figure si stagliano sempre più immobili e astratte.
Per la prima volta nei mosaici ravennati gli Apostoli sono raffigurati con le aureole, i volti inespressivi e quasi metafisici e in posizione frontale.
Le figure sono appiattite e rigide, definite da marcate linee di contorno; la gamma cromatica viene ridotta e semplificata.
La scintillante superficie aurea dello sfondo, priva di elementi spaziali, conferisce perfetto senso di unità alla composizione e senso del ritmo: l’atmosfera risulta infine irreale e trascendente ed esprime il processo di astrazione che ormai si impone nell’arte del tempo del re Teodorico