Collezione degli stemmi dei governi di Ravenna e Romagna Secoli I-VII
Indicare un individuo, un gruppo o una famiglia tramite insegne o simboli facilmente distinguibili è usanza che si perde nella notte dei tempi. Innumerevoli sarebbero gli esempi che si potrebbero addurre dalle antiche civiltà del Vicino Oriente antico (basti pensare all’uso in quei luoghi diffusissimo dei sigilli), ma, limitandosi al mondo classico, cioè greco-romano, basti citare Eschilo il quale, nei Sette contro Tebe, scrisse che Tideo, padre di Diomede, «superba insegna sullo scudo ha il cielo tutto arso di stelle, e al mezzo splende la luna piena, luminosa, eccelsa …» (vv. 384-385), mentre Erodoto credette di poter indicare nella popolazione anatolica dei Cari «i primi che misero creste sopra gli elmi e scolpirono simboli sugli scudi» (I 171, 4). Tale pratica risulta di particolare utilità in battaglia, poiché consente di individuare di primo acchito e con sicurezza amici ed avversari. Notissimi sono i simboli che caratterizzavano lo Stato romano: l’aquila che ne rappresentava il popolo (inteso anche come popolo in armi, e perciò le legioni), o il fascio di verghe con la scure, minaccioso simbolo dell’ imperium dei magistrati superiori. Tali esempi potrebbero facilmente moltiplicarsi: le singole legioni avevano ciascuna delle proprie specifiche insegne, spesso ma non necessariamente teriomorfe; il serto di alloro simboleggiava la vittoria e quindi, nella nostra era, l’imperatore, ecc. Questo complesso armamentario di simboli ed emblemi si è immediatamente trasferito nelle monete. Lì il simbolo aveva la fondamentale funzione di garantire il valore del tondello di metallo. Tuttavia, quanto fin qui s’è detto non può in alcun modo considerarsi «araldica». L’araldica, cioè la scienza degli stemmi o arme, dotata di un suo proprio e preciso codice semantico, si sviluppò nel tardo medioevo e venne codificata solamente nel XIV secolo. I simboli e gli emblemi dei quali si è fin qui parlato non possono es-ser considerati in alcun modo ‘stemmi’ nel senso araldico del termine: erano tutt’al più generici elementi distintivi. Per esser stemmi mancava loro la caratteristica fondamentale di essere inseriti in uno scudo, mancava quella valenza familiare ereditaria che si affermò in età basso medievale, mancava, infine, quella unicità di codice semantico che sarà introdotta nell’araldica proprio dalla figura dell’araldo. Tutto questo è assolutamente estraneo al mondo antico e alto medievale. Il lavoro commissionato al Ferrari, quindi, per l’età più antica, si presenta come privo di qualsivoglia fondamento storico. Alla sensibilità del colto committente dovette sembrar possibile, fors’anche auspicabile, fare di questo catalogo una vera e propria `Storia di Ravenna’. Ciò costrinse il Ferrari a risalire indietro, molto al di là di quanto potevano consentirgli le sue fonti documentarie, fino a spingersi nel regno della pura fantasia — e dell’assurdo. Una simile operazione di ‘invenzione di tradizioni’ assumeva una importanza particolare in un periodo in cui Ravenna, come il resto d’Italia, s’andava progressivamente e rapidamente imborghesendo. Non è facile indovinare oggi il valore che poteva avere, per qualche nobile erudito, vedere il proprio, magari recente, blasone associato a quello del Divo Augusto, dell’infelice Galla Placidia, del grande Belisario o del re Teoderico. Trattando degli stemmi più antichi rappresentati dal Ferrari si deve semplicemente stare al gioco, all’arguta invenzione, limitandosi a dare al lettore alcune chiavi di lettura di queste fantastiche immagini. Per questa parte la Collezione degli stemmi dei governi di Ravenna e Romagna è da intendersi come mera trasposizione di notizie storiche in immagini fittizie, è, cioè, una vera e propria ‘Storia di Ravenna per immagini’. Per intendere questa parte del lavoro non sarà necessario quindi soffermarsi più di tanto sulle iconografie degli stemmi (dei quali i primi 60 arrivano fino all’inizio dell’VIII secolo), quanto sulle fonti che stanno dietro a quest’opera, proprio come si farebbe nello studio di una qualunque opera storica. L’inizio della collezione di emblemi è piuttosto convenzionale: non sorprenderà di trovare al primo posto Caio Giulio Cesare, che sostò a Ravenna a più riprese, tra il 53 e il 49 a.C., così come desteranno poca sorpresa la presenza di Augusto (n. 2) e dell’imperatore Claudio (n. 3). Fu quest’ultimo, infatti, a edificare la Porta Aurea, come riferiscono la famosa iscrizione Corpus Inscriptionum Latinarum XI 5 e la Aediflcatio civitatis Ravennae: l’emblema di Claudio, neanche a dirlo, è infatti una porta d’oro con Vittorie in campo blu. Segue una serie di stemmi (nr. 4-9) relativi a personaggi tutti qualificati come vicarii Aemiliae e vissuti sotto i regni di Nerone e Vespasiano, nella seconda metà del I secolo. A parte l’ovvio anacronismo del titolo, poiché vicarius sarà titolo corrente solamente a partire dal IV-V secolo, tutti questi nomi si ritrovano nella Passio Apollinaris (BHL 623), opera agiografica che «risulta pienamente significativa solo se letta nel suo specifico contesto, quella vicenda dell’autocefalia in cui giocarono fattori politici giurisdizionali ecclesiologici» (A.M. Orselli, L’ immaginario religioso della città medievale, Ravenna 1985, p. 430), naturalmente assurta qui a fonte storica. Non è possibile discernere differenze significative tra gli emblemi raffiguranti chi perseguitò il pio vescovo Apollinare e chi invece ne fu convertito. L’iconografia dell’arme più antiche della raccolta è ampiamente ripresa dagli emblemi monetari, con risultati talvolta francamente curiosi: il nostro pittore ha ripetuto su molti stemmi una sigla della quale, evidentemente, ignorava il significato. Nelle monete di bronzo, infatti, molto frequentemente veniva riportata la sigla dell’autorità dalla quale era stata autorizzata l’emissione (ex) s(enatus) c(on-sulto). Ora, proprio la sigla SC compare negli stemmi nr. 5, 6, 7, 8, 10, 19, ovviamente in questo caso senza alcun significato. Il nostro autore non si è limitato a trascrivere i ‘reggitori di Ravenna e di Romagna’ nominati nel Liber pontificalis di Agnello —che comunque rappresenta la sua fonte privilegiata per la scelta dei blasoni da rappresentare. La rassegna tradisce una buona consuetudine con opere quali le Guerre di Procopio e le Variae di Cassiodoro, ma non solo. L’inclusione, ad esempio, del vicarius haliae, già consularis dell’Emilia, Cronius Eusebius, attestato solamente su una celebre iscrizione romana (Corpus Inscriptionum Latinarum VI 1715), testimonia dello sforzo di compilazione che sta dietro il lavoro del nostro araldista e avvalora l’ipotesi che in realtà il Ferrari abbia creato la sua rassegna araldica sulla base di un elenco fornitogli, verosimilmente, dal committente o per suo conto (Cronius Eusebius nr. 18 e 19 — i due stemmi riguardano le due differenti funzioni, il vicariato e il governo dell’Emilia, lo stesso avviene anche per Belisario, nr. 40 e 43 e per l’esarco Zmaragdus, nr. 47 e 50).

Tommaso Gnoli