CAPPELLA E MUSEO DEL PALAZZO ARCIVESCOVILE

Il museo arcivescovile di Ravenna si raccomanda soprattutto per la celebre cattedra eburnea di Massimiano, un cimelio che può veramente essere definito “la più bella opera d’avorio che il mondo antico ci ha trasmesso” (Bovini). Donata da Giustiniano al vescovo Massimiano (di cui si riconosce il monogramma nel fregio superiore del pancale) prima della sua elevazione alla dignità di archiepiscopus e come segno di riconoscenza da parte dell’imperatore all’uomo che più di ogni altro si era adoprato per il trionfo della causa bizantina in Italia, può essere datata con sicurezza alla prima metà del sesto secolo e non c’è dubbio che essa sia uscita da qualche celebre laboratorio d’Oriente, legato alle esigenze della corte e specializzato in produzioni di grande prezzo e di qualità eccezionale. Almeno quattro sono i maestri che si affaticarono intorno all’opera insigne ed averli distinti nelle loro individualità stilistiche è merito della filologia moderna. Ad uno scultore orientale, forse costantinopolitano, dobbiamo il pentittico con il San Giovanni Battista fra i quattro Evangelisti che costituisce il fronte della cattedra: una raffinatezza al limite della estenuazione, un’eleganza venata di nobile malinconia distingue questi cinque santi nei cui voltisembra rilucere ancora l’alto,distaccato idealismo dei filosofi antichi. Più vivace,più fantasioso,particolarmente sensibile agli effetti pittorici e chiaroscurali è invece l’artista al quale si devono i fregi decorativi che incorniciano i pannelli veri e propri. Il motivo ricorrente è quello del tralcio di vite che si snoda in lenti girali ospitando neisuoi meandri una popolazione fitta e vivacissima di animali diversi, colti negli atti più svariati. L’intaglio affonda con sicurezza suprema nella materia preziosa,si piega ai più trepidi effetti della luce e dell’ombra,individua il rigoglio dei frutti maturi, lo scatto fremente del leone, la timida vitalità del cervo, il vello denso dell’ariete, il variegato piumaggio del pavone.Nel breve spazio di poche liste eburnee l’ignoto artista, forse di origine siriana, ci ha offerto un saggio affascinante di perizia tecnica e di sensibilità naturalistica. Il livello qualitativo diminuisce,sia pur di poco, nei pannelli dello schienale rappresentanti varie scene evangeliche ed attribuibili ad una terza persona artistica,mentre cresce di nuovo fino a toccare il punto forse più alto dell’intero complesso, nelle storie di Giuseppe Ebreo che ornano i fianchi della cattedra. È qui all’opera un quarto maestro, forse di origine alessandrina, che si distingue per la sua stupenda scioltezza narrativa, per l’intaglio mosso e vibrante,per la vivacità degli effetti pittorici. Numerosi altri oggetti di grande interesse documentario e storico-artistico sono conservati nel museo (basti ricordare fra tutti la grande statua in porfido, acefala, che probabilmente rappresenta l’imperatore Giustiniano) ma l’attrazione principale del palazzo arcivescovile, dopo la cattedra di Massimiano, è costituita dalla piccola cappella che il vescovo Pietro ll fece edificare ed ornare di mosaici fra il V e Vlsecolo. Purtroppo la decorazione musiva ha subito gravi alterazioni durante i secoli e, così come ci appare oggi, è da considerarsi per buona parte il risultato di restauri e rifacimenti di varia epoca. Le parti meglio conservate sono la decorazione musiva della volta del vestibolo con un raffinato motivo di gigli bianchi disposti a raggiera e di uccelli multicolori; e la volta dell’oratorio vero e proprio, dove quattro angeli biancovestiti che si alternano ai simboli degli evangelisti,sostengono il monogramma clipeato del Cristo. Lo stile dei mosaici della cappella arcivescovile è quello tipico dell’età teodoriciana, improntato ad un notevole realismo e in qualche misura condizionato ancora dalla tradizione culturale ellenistico romana.