Nel mausoleo dell’imperatrice risuonano – accordate l’una all’altra in maniera sublime – la voce di Placidia e quella di San Pier Crisologo, suo amico personale, consigliere e teologo. Le vicende personali di lei – vita, regalità e tramonto – traspaiono subliminate nella luce consolatoria della fede, ove la decorazione si fa allegoria della fede ortodossa.
Le iconografie apocalittiche della Croce e dei quattro Esseri Viventi pongono l’accento non sulla vita terrena di Cristo, ma sulla sua seconda venuta – e perciò sull’aspetto divino – sottovalutato dalle eresie, soprattutto da quella ariana.
La presenza di iconografie imperiali esprime, in parallelo, l’influenza esercitata dalla corte di Costantinopoli su Ravenna, nuova capitale dell’Occidente.
Entrati nel sacello e avvolti dalla sua penombra, si resta catturati dalla sontuosità di forme e colori e dalla ricchezza della decorazione musiva.
Una forte vibrazione delle luci pare tutto ricoprire: volte, archi, lunette, cupola, linee oblique delle finestre, fondendosi perfettamente con l’architettura e suggerendo l’idea di uno spazio universale.
Il mosaico smaterializza ogni cosa trasfigurandola in luce e colore, creando una atmosfera lontana dal mondo contingente e terreno.
Nel mausoleo di Placidia il cielo appare distante, profondo ed infinito grazie anche ad espedienti illusionistici ben precisi: diventano sempre più piccoli, infatti, gli astri che circondano la croce, man mano che i cerchi si restringono creando un senso di profondità.
La raffigurazione di più alto livello artistico e che più di ogni altra conferma la continuità della tradizione classica nell’arte ravennate, si può considerare la lunetta del Buon Pastore, sopra la porta d’ingresso.
L’immagine del Cristo imberbe, con il volto incorniciato da lunghi capelli bruni che ricadono sulle spalle, ha suggerito confronti con Apollo e con il mitico Orfeo.
La scena pastorale si situa in un paesaggio idilliaco, costituito da rocce, alberi e cespugli dai delicati toni del verde, blu e marrone, che si staglia sul fondo, orlato da un cielo azzurro tipico della tradizione ellenistica.
E sono veramente questo Cristo e questa scena a costituire una svolta nella iconografia cristiana.
Il Buon Pastore, raffigurato nelle pitture delle catacombe o sui sarcofagi del terzo e quarto secolo, con corta tunica e il fedele vincastro (si confronti, all’interno della vicina Domus dei Tappeti di Pietra, l’affascinante ed enigmatico mosaico del Buon Pastore, rinvenuto ad un livello più basso della attuale pavimentazione museificata e databile al tempo delle prime adunanze cristiane a Ravenna) viene ora presentato in abiti imperiali con tunica dorata e manto purpureo e ciò per l’influenza del cerimoniale imperiale e dell’arte di corte accolta a Ravenna nel suo rango di capitale. Il tema del Buon Pastore è particolarmente indicato per un mausoleo perché nelle liturgie antiche, a proposito del passaggio nell’aldilà, si paragonavano i defunti a pecorelle accolte da Cristo nel suo gregge.
Viene allora ad assumere un più forte significato la stessa posizione del Cristo al di sopra della porta di ingresso che simboleggia così la porta della vita eterna, l’entrata nel regno dei cieli dopo la morte.
E neppure troppo fantasiosa apparirà, in questa prospettiva, l’ipotesi che la pecorella che va a cercarsi la carezza dalla mano destra del Cristo, sia proprio lei, l’imperatrice Placidia, timida e desiderosa.
Un ultimo sguardo interpretativo verrà dedicato alla figura di San Lorenzo, eroe protagonista del mausoleo, da collegare direttamente a Placidia e al rango di lei quale legittima imperatrice dell’Occidente. San Lorenzo fu martirizzato a Roma e venerato dalla dinastia imperiale teodosiana.
Placidia maturò quella devozione a Roma, negli anni della sua formazione giovanile e rimase tanto attratta dalla vicenda del santo diacono, che nel mausoleo ravennate martire ed imperatrice finiscono per sovrapporsi in una unica icona: Lorenzo è il custode del tesoro della Chiesa, quanto l’imperatrice
è custode dell’intero popolo di Dio, in cui consiste propriamente il tesoro della Chiesa.
Due custodi di un unico tesoro: stesso ruolo, stesso spirito di servizio e di amore per la Chiesa, stessa orgogliosa personalità che riluce nello sguardo di Lorenzo, così come in quello di Placidia, nella sua moneta giunta a noi, reso con un solo e preciso colpo di bulino al centro della pupilla.
Nel mausoleo placidiano l’intero programma iconografico possiede un evidente significato unitario: attraverso la fede in Cristo, che costituisce la porta della vita eterna, dopo i sacrifici che Placidia ha patito nella sua esperienza umana (materializzati nelle coppie di cervi che a fatica escono dalla giungla
vegetale che li opprime per accedere all’acqua della salvezza), ma anche nell’esercizio della corona, reso commovente nel parallelo con San Lorenzo, per l’imperatrice si aprirà la porta della salvezza che trova la massima esaltazione nella croce apocalittica, simbolo della seconda venuta di Cristo, acclamata
dagli apostoli e dai quattro Viventi apocalittici, fino ai confini della terra.