L’antichità

Il patrirnonio monumentale della Chiesa di Ravenna è testimonianza più volte secolare, millenaria, della sua antichità. Nello stesso tempo è, inoltre, testimonianza sia della sua imrnediata dipendenza da Roma, sia della sua dipendenza dall’Oriente. L’Oriente, che é matrice delle forme sacre nell’arte liturgica della Chiesa ravennate, non è solo il Medio Oriente, cioè l’Oriente microasiatico, siropalestinese. Bisogna allargare l’orizzonte: è necessario ricorrere, infatti, a quell’impasto sincretistico che, senza escludere ascendenze egizie penetrate nell’alta Siria fino al territorio anatolico, va appunto dall’Anatolia fino alla Mesopotamia già nel primo millennio a.C. Fondamento storicamente obiettivo di questi intrecciati amalgami posteriori sono, insieme, la rete di espansione della flotta imperiale avente sede in Ravenna (Classis) ed i molteplici commerci (non solo militari) gestiti dall’impero romano nell’età di espansione e consolidata affermazione del primitivo cristianesimo (secoli I-III) fino all’età di Costantino (secolo IV). Questo passato glorioso, che sarà meglio spiegato, deve essere considerato come fondamento della decisione mondiale moderna che riguarda Ravenna. E’ la decisione ponderata dell’UNESCO di considerare otto antichi monumenti di Ravenna quali Patrimonio dell’Umanità. Tali monumenti sono: nel complesso di S. Vitale-Galla Placidia, la Basilica di S. Vitale (1) ed il Mausoleo di Galla Placidia (2); nel complesso ariano-ostrogoto dei rnonurnenti di Teoderico, la Basilica palatina teodericiana ora di S. Apollinare Nuovo (3); nel complesso classense, la Basilica di S. Apollinare in Classe (4); nel complesso della Cattedrale cattolica, il Battistero degli Ortodossi (5) e la Cappella arcivescovile (6); nel complesso della Cattedrale ariana, il Battistero degli Ariani (7); ed infine il Mausoleo di Teoderico (8). Naturalmente il turista esperto, il visitatore attento, sa bene che il patrimonio monumentale di Ravenna paleocristiana, intimamente coniugato con le realtà della Ravenna romana (vedi, da ultimo, lo scavo di via D’Azeglio), deve essere commentato dalle raccolte museali (Museo Nazionale, Museo Arcivescovile) e dai tesori documentari di manoscritti, papiri, pergamene, codici tramandati nei fondi degli archivi e delle biblioteche (Archivio Arcivescovile, Archivio di Stato).

Ravenna e Roma

Per questo Ravenna è una città delle più idonee, in Italia ed in Europa, ad avere — come ha — una Facoltà universitaria per la Conservazione dei Beni Culturali. Infatti, anche il visitatore provveduto (senza essere studioso specialista) avverte che monumenti e basiliche, cicli musivi e cicli pittorici devono essere stati commissionati da una committenza colta la cui cultura è dimostrata da documenti scritti: documenti tali non sono solo quelli papiracei, pergamenacei o cartacei, ma anche iscrizioni lapidarie, monete, sigilli, medaglie, stendardi. È infatti di questi documenti e monumenti che, per la Chiesa ravennate, fino al secolo IX, dà ampie informazioni il Libro Pontificale (cronaca episcopale) della Chiesa ravennate scritto da Andrea Agnello, in grado di istruirci, si può dire, sui secoli di storia della Chiesa di Apollinare dal Il secolo fino al IX. Le città di Romagna, che pure come Ravenna sono città romane, servono nel paragone per comprendere Ravenna stessa. Anzi, il loro allineamento lungo l’antichissima via Emilia, attraverso il territorio pedemontano a ridosso dell’Appennino, tutto inquadrato nell’ampio reticolo della centuriazione romana, ne fa città e mercati di notevole significato per la storia sociale e per l’antica storia religiosa. A Rimini, nel 359, si tenne una specie di Concilio di vescovi (detto poi Conciliabolo di Rimini) indetto dall’imperatore Costanzo; un vescovo è presente da Faenza. Le altre città come Cesena, Forlì (Forum Livii) e Imola (Forum Cornelii) sono pure di notevole alta antichità cristiana. Ma distinguono Ravenna anzitutto il porto militare (Classis), fondato da Ottaviano Augusto avanti l’anno 14 d.C., e la sede capitale dell’impero portata a Ravenna, da Milano, negli anni 400-402 dalla corte dell’imperatore Onorio. Pertanto Ravenna, patrimonio dell’umanità nei monumenti, nelle basiliche, nei mosaici, è risultata assai più ricca delle città sorelle della Romània (il territorio, in antico, distinto dalla Gothia, territorio dei barbari Goti e Langobardi). Ma ciò che fa di Ravenna città tanto speciale è che essa entra in competizione, per talune ragioni, anche con Roma. Lo studioso tedesco Ekkart Sauser scriveva: “Ravenna, all’epoca del suo maggiore splendore per quanto riguarda i mosaici, era la città più ricca di tutte le altre, ed ancora oggi essa sorpassa di molto Roma, Salonicco e anche Costantinopoli, anche se ha potuto conservare solo circa un terzo del suo patrimonio.” Nello stesso modo, più o meno, si esprime uno dei principali studiosi dell’arte di Costantinopoli, Viktor Lazarev: “Per una fortunata coincidenza Ravenna trasse profitto dall’attività edilizia e dalla munificenza di Onorio, di Galla Placidia, di Valentiniano III, di Odoacre, di Teoderico e di Giustiniano. Si è conservato così un complesso, unico nel suo genere, di monumenti del V, del VI e del VII secolo, di cui non esiste l’eguale in alcun’altra città. Questo complesso è tanto più prezioso in quanto sono scomparse quasi completamente le famose chiese che furono erette allora a Costantinopoli, in Palestina e in Siria […]. Probabilmente nel IV secolo Ravenna aveva ancora mantenuto stretti rapporti con Roma e Milano. ” L’americano Charles R.Morey, tra i fondatori a Princeton dell’inclex of Christian Art, ha scritto che Ravenna è “un vero
museo dell’arte della tarda antichità, una Pompei altomedioevale.” Si è detto della dipendenza di Ravenna da Roma. Questa dipendenza è importantissima nella storia dell’impero romano. Ottaviano Augusto (27 a.C.-14 d.C.) fa costruire il porto militare di Classe in congiunzione col porto di Miseno (Pozzuoli-Napoli) e con conseguente scalo romano sul Tevere (Castra Ravennatium): un sito di notevole importanza nella topografia di Roma imperiale, ma anche della primitiva Roma cristiana, perché qui papa Callisto (217-222) riunisce la prima comunità in Trastevere, e non è da escludere che la venuta dell’orientale Apollinare, siro (antiocheno, in fonti antiche) da Roma debba essere pensata in rapporto con i Castra Ravennatium. L’imperatore Claudio (41-54 d.C.) nell’anno 42 fa costruire la famosa Porta Aurea: un monumento di solenne ingresso in Ravenna romana, dal porto. È da questo porto, da questa Classis, che Vespasiano ottiene un determinante sostegno per la sua elezione, per cui onora il prefetto della Classis ravennate Lucilio Basso (simultaneamente prefetto di Ravenna e di Miseno), inviandolo a Gerusalemme allo scopo di concludere la Guerra Giudaica. Traiano (98-117) fa mettere nella Colonna le memorie delle guerre daciche: ora è lui che fa costruire l’acquedotto di Ravenna per la città e per la Classis, e sembra sia ritratto, appunto, il porto di Ravenna nel massimo suo monumento del Foro.

Ravenna “Seconda Sede”

È nel quadro di questa realtà storica romana (ma orientale e occidentale insieme, per rapporto ai numerosissimi orientali arruolati come classiarii della flotta) che si aggrega e si sviluppa quella Ecclesia, quella primitiva comunità cristiana di Ravenna che Apollinare dall’Oriente e da Roma verrà a governare con potere episcopale, nelle maniere proprie dell’organizzazione della Chiesa antichissima; organizzazione efficientissima in Oriente, ma in Occidente dopo Roma da Pozzuoli fino a Lione (con Ireneo), è a Ravenna con Apollinare, che va fissato questo inizio intorno agli anni 180-190 d.C. Pertanto Ravenna, come Chiesa di episcopato monarchico (da menzionare dopo Pozzuoli), segue, nella cronologia garantita dalle fonti, la Chiesa di Roma. Nelle parole di F.W.Deichmann, “Ravenna è costituita come Chiesa al più presto alla fine del Il secolo o all’inizio del III, quando si consideri autentica la lista dei vescovi fino al primo di cui l’attività è documentata nel IV secolo. Pertanto, con questo Ravenna viene a far parte delle più antiche sedi episcopali dell’Occidente, avendo la stessa antichità di Lione e di Pozzuoli, più antica di Milano ed Aquileia.” Pertanto vanno considerate con molto rispetto quelle attestazioni altomedioevali che presentano Ravenna come la seconda sede, in Italia, dopo Roma. Richero di Saint Remi scrive in un poema celebrativo di Gerberto di Aurillac, Arcivescovo di Ravenna eletto papa nel 998: “Rallegrati, nobile papa, tu illustri il primo trono con la maestà del tuo nome ed esalti il secondo “. Ora, la seconda sede è quella di Ravenna (in Pierre Riché, Gerbert d’Aurillac. Le Pape de l’an mil) (traduz. it., p. 218). Non molto dopo Richero di Saint Remi, il ravennate Pietro Damiani, scrivendo all’Arcivescovo di Ravenna Gebeardo (1027-1044) esordisce così: “Al signor Gebeardo Vescovo della seconda sede in Italia. ” Quindi le Chiese che nell’Italia superiore e nell’arco dell’Alto Adriatico presentino cointeressenze ed analogie con la Chiesa di Ravenna — includendo anche l’Istria e la Dalmazia, cioè oltre Milano ed Aquileia, Verona, Brescia, Trento, Trieste, Pola, Parenzo, Salona, per non dire del versante occidentale con Novara, Vercelli, Torino — sono tutte Chiese la cui serie episcopale e costituzione gerarchica cominciano molto più tardi che a Ravenna. Il più importante dei vescovi di non poche di queste sedi non è il primo vescovo, e intorno a quello che fosse il primo generalmente vi è confusione, o silenzio e incertezza. Non così per Ravenna. Il primo vescovo di Ravenna non solo è assai importante; egli è decisivo perché inizia la serie, nella storia, senza probabilità di dubbi. Inoltre, gode fin dalla sepoltura di un onore ed un culto quale vescovo e martire. Nella testimonianza letteraria di S. Pier Crisologo così è scritto: “Che dire di più, fratelli? Si adoperò la santa madre Chiesa, si adoperò per non essere mai separata dal proprio vescovo. Ecco, è vivo, ecco, come il buon pastore fa sorveglianza in mezzo al suo gregge, e non è mai separato nello spirito colui che nel corpo per un certo tempo ci ha preceduti. Ci ha preceduti, dico, con l’apparenza esteriore, del resto la stessa dimora del suo corpo riposa tra noi.” (Sermone 128). La Chiesa di Ravenna, pertanto, nella sua sede propria, l’Episcopio, che commenteremo parlando anche della cappella arcivescovile e del museo arcivescovile, è la matrice della committenza dei monumenti del culto e della liturgia, come è la fonte della catechesi e dell’evangelizzazione nella dottrina. È, dunque, a non pochi vescovi di Ravenna che vanno attribuiti i programmi iconografici ed iconologici dei cicli musivi stessi. Al tempo di S. Pier Crisologo appartengono i monumenti placidiani e forse anche quelli anteriori a Galla Placidia, ad eccezione della Basilica Ursiana, che ha come autore e committente, in tutto, il vescovo Orso (prima dell’anno 396). Anteriore a Galla Placidia potrebbe essere la Basilica di S. Lorenzo in Cesarea, dove l’immagine di S. Lorenzo stesso riscuoteva una venerazione che due volte è citata e lodata, in Africa, da S. Agostino. Ma placidiani sono gli edifici quali: S. Giovanni Evangelista, Santa Croce ed il Mausoleo di Galla Placidia. Ora, non solo perché Pietro Crisologo intrattiene buoni rapporti con l’imperatrice ed il figlio imperatore Valentiniano III, ma proprio perché vescovo e dottore deve essere considerato come protagonista principale negli aspetti teologici dei mosaici: questo, come mostreremo più dettagliatamente, è ben vero per i messaggi dei mosaici del Mausoleo, ma deve dirsi vero anche per quelli di S. Giovanni Evangelista e di Santa Croce. Dal momento che il vescovo Neone vive in questo tempo, egli è committente di almeno due ampli cicli musivi (studiati negli ultimi anni): la cupola del Battistero Ortodosso, fondato e decorato da Orso, e la sala da pranzo dell’Episcopio (Triclinium). La cosa non cambia con gli Ariani ostrogoti. È ben da attendersi che nella committenza del re ostrogoto Teoderico stiano la Basilica Palatina (S. Salvatore ora S. Apollinare Nuovo), i cicli musivi del Palatium e quelli di chiese e battisteri, come i mosaici del Battistero degli Ariani. Indubbiamente i vescovi ariani di Ravenna (e forse d’altre città) con il clero ariano più influente devono aver dato idee e programmi per le simbologie (come quelle del Mausoleo di Teoderico) e per le iconologie come quelle della Basilica Palatina e del Battistero degli Ariani.

Chiesa cattolica e Chiesa ariana

Con il discorso introdotto intorno alle committenze teodericiane è necessario trattare l’argomento delicato e nello stesso tempo tanto rilevante della compresenza di due Chiese in Ravenna: della primitiva grande Chiesa dell’Ortodossia, e della Chiesa ariana, degli Eruli con Odoacre e poi degli Ostrogoti con Teoderico. Insomma, romani e barbari. Questo dato di fatto (compresenza nella stessa città di due Chiese) è testimoniato anche per altre città, come ad esempio per Milano, durante l’episcopato di Ambrogio. Anzi, anche a Roma c’era (e c’è) una Chiesa dei Goti (S. Agata dei Goti) che poteva essere nata come Chiesa ariana. Ma la singolarità assoluta dell’unicum ravennate è che questi complessi monumentali ecclesiastici ci sono ancora, e sono giunti a noi pressoché integri, se si considerano tutte le difficoltà della complessa vicenda storica. Quindi ancora oggi, a Ravenna, è possibile farsi un’idea concreta delle divisioni e dei conflitti della Chiesa antica. Fa parte di questo contrasto dire della comunità degli israeliti, e delle Sinagoghe.
Con il patrimonio monumentale va richiamato il patrimonio librario, documentario, archivistico. Le Variae di Cassiodoro sono come l’archivio di Teoderico (certo, solo una parte dell’archivio realeostrogotoromano), portato poi fuori di Ravenna. La storia dei Goti di Giordane deve richiamare la ricca documentazione storicolegislativa che è rappresentata anche dal tesoro numismatico. I molti codici superstiti (ma quanti non saranno i perduti) — come l’Evangeliario, in caratteri runici, conservato nella biblioteca dell’Università di Uppsala, in Svezia — testimoniano della cultura umanistica classica, barbarica e cristiana tramandata dalla Corte ostrogota e dai seguaci del re ariano e dei suoi vescovi. Ben si comprende come tanti turisti tedeschi mostrino un distinto interesse per Teoderico e per il popolo degli Ostrogoti. In effetti, gli Ostrogoti a Ravenna, presenti ancora nella Piazza del Popolo con il monogramma del loro re Teoderico (capitello della prima colonna guardando da destra verso sinistra), devono riscuotere ammirazione, devono rimanere presenti in una storia dell’antichità che resta tanto grande (anche nelle sue contraddizioni e differenze). Se la teoria storiografica generale per le origini dell’età medioevale contempla che il Medioevo sia la sintesi di romanità, Chiesa cattolica e civiltà barbarica, il caso di Ravenna è primario ed esemplare. Per questo il grande studioso antichista Arnaldo Momigliano scriveva: “Quando voglio sapere come è nato il Medioevo europeo, prendo il treno e vado a Ravenna. ”

L’età giustinianea

Dopo i complessi monumentali placidiani e teodericiani, nella storia e nella cronologia vengono i monumenti dell’età di Giustiniano. Il complesso che viene riferito a Giustiniano è costituito di tre monumenti principali, solo due dei quali sono però ancora integri: la Basilica di S. Vitale e la Basilica di S. Apollinare in Classe. Il terzo monumento, la Basilica di S.Michele in Africisco, può essere ricostruito, negli studi, attraverso la memoria storica e l’uso degli avanzi archivistici (edificio parziale a Ravenna, in Piazza Andrea Costa; mosaici absidali trasportati a Berlino). L’importanza del momento giustinianeo è avvertita dai turisti che hanno tante motivazioni per giungere, finalmente, a Ravenna, per vedere i grandi e splendidi mosaici. Ma un’interpretazione storica gioverà, appunto, a questo scopo. L’età giustinianea non è solo lo sforzo militare delle due guerre: la guerra gotica in Italia e la guerra vandalica in Africa. Né questa età si esaurisce nell’imponente opera giuridica dell’imperatore. Piuttosto si dirà che Ravenna, nei cicli musivi, esprime in modo globale il disegno imperiale romano di Giustiniano: l’unità del mondo antico, Occidente latino ed Oriente greco-ellenistico fusi in un solo sistema politico e religioso di prosperità, di civiltà, di pace. Non apparirà anacronistico citare qui il Canto VI del Paradiso di Dante: in quel canto l’Alighieri (nello stesso tempo impegnato nella composizione della Monarchia, cioè del suo esauriente trattato filosofico-teologico sull’impero romano-cristiano-cattolico) dispiega la più esaustiva interpretazione del significato di Giustiniano nella storia. Noi sappiamo, inoltre, che a Ravenna due personalità assai distinte ed integrantesi contribuirono, insieme, ad una realizzazione di tale importo nella cultura e nella civiltà: l’uomo di parte dello Stato Giuliano Argentario e l’uomo di parte della Chiesa Massimiano arcivescovo. La loro collaborazione, palesemente descritta nelle epigrafi dedicatorie e consacratorie delle tre basiliche, è principio vitale di quella monumentalità aurea, romano-imperiale, che riscontriamo in questi monumenti. Queste epigrafi (con traduzione italiana) si leggono all’ingresso di S. Vitale e di S. Apollinare in Classe. Complemento conclusivo di questa attività dell’età di Giustiniano è stata l’acquisizione, alla Chiesa Cattolica, dei monumenti ariani, alla fine della Guerra Gotica (anno 553), quando una speciale legge di Giustiniano autorizzò l’arcivescovo Agnello a possedere e consacrare al culto cattolico i compendi edificatori degli Ostrogoti: la Cappella Palatina, che prese il titolo di S. Martino, e la Basilica Cattedrale, che fu dedicata a S. Teodoro. Tutti e due questi santi, uno in Occidente (Gallia) e l’altro in Oriente avevano militato nell’impero. C’è dunque una valutazione storica che, anche per l’arcivescovo Agnello e per la cancelleria della sua Chiesa, tende ad esprimere gli auspici storici: la vera protezione augurale dell’impero sta nella potenza sacrale della Chiesa Cattolica e dei suoi Santi.

L’età esarcale (553-751)

La naturale prosecuzione dello Stato imperiale, quale poteva essere realizzato in Italia, Dalmazia, isole (in Europa) nella seconda metà del VI secolo, potè essere l’esperienza dell’Esarcato: non regni barbarici (con Reges), ma uno stato bizantino governato da un magistrato imperiale con il titolo di Esarca residente in Ravenna, succedendo negli edifici palaziali precedenti, comprese le parti teodericiane, con adattamenti ed addizioni quali l’ancora esistente (in parte) Basilica di S. Salvatore ad Chalchi (guardando a destra di S. Apollinare Nuovo, all’angolo di Via di Roma e Via Alberoni). Questa sistemazione storica finiva, come è comprensibile, per dare ancor più potere agli arcivescovi ravennati. In effetti si ebbe presto, anche per devoluzione di proprietà degli Ariani, un incremento ben consistente del patrimonio fondiario della Chiesa ravennate. Ci si avviava così a costituire, nello spazio di un paio di secoli, quello che giustamente è stato chiamato da distinti studiosi il Patrimonium Sancti Apollinaris, ovvero il patrimonio fondiario territoriale messo a confronto con il Patrimonium Sancti Petri della Chiesa di Roma. Come il patrimonio di S. Pietro, matrice originaria dello Stato ecclesiastico, finì per occupare Lazio-Tuscia-Sabina-Umbria, così il patrimonio ravennate si estese su Flaminia-Montefeltro-Pentapoli Montana-Pentapoli Marittima, con parti nelle Marche e in Umbria fino a Gubbio. Ma ciò che più conta è che la Chiesa ravennate, nei secoli dell’Esarcato, provvide alla diffusione piena del cristianesimo nelle campagne iniziando la costruzione di chiese rurali come pievi: costruzione che ebbe, certo, più forti incrementi nel tempo seguente, cioè tra i secoli IX e X.

Langobardi e Carolingi

L’antica provincia ecclesiastica ravennate, dalla fine dell’Esarcato (anno 751) fino al Mille, mantenne la sua consistenza di integrale continuità senza entrare minimamente in alcuna forma di dominazione langobarda. Sono rilevanti le incursioni saracene, talune contrarietà intestine, ma la successione episcopale, l’organizzazione del clero, la stabilità di istituti monastici latini e greci, occidentali ed orientali, sono fatti sicuri di questa storia. A S. Apollinare in Classe, a S. Maria in Cosmedin (in città, nel complesso già ostrogoto di Cattedrale e Battistero), a Palazzuolo (già sito ariano), alla Rotonda (Mausoleo di Teoderico) si hanno istituzioni del monachesimo che affiancano e sorreggono la presenza religiosa del clero della Cattedrale e degli arcivescovi ravennati. In questo periodo sono documentati parecchi interventi di restauro nell’antichissima Metropolitana Ursiana, sono testimoniate addizioni nel vecchio episcopio, accresce nella documentazione l’archivio dell’Ursiana, la Cimiliarchia (tesoro) della Cattedrale si arricchisce per donazioni e creazioni. La Basilica di S. Apollinare in Classe rimane luogo sacro preferito per la sepoltura degli arcivescovi, che avviene con decoro nell’abbigliamento funerario. Al momento delle vittorie, potremmo dire del trionfo, di Carlo Magno, Ravenna, con Roma, entra nella protezione dei Carolingi. L’intesa tra Ravenna e Roma è sancita, in questi tempi, dalla bolla-privilegio di papa Pasquale I all’arcivescovo Petronace (a. 819).

Iconografia e iconologia dei mosaici

É noto, negli studi, che il cristianesimo delle origini, anche in una capitale ricchissima d’arte e di iconografia come Roma, si astenne, per qualche tempo, dal far ricorso alle immagini per esprimere il contenuto liturgico-religioso del suo messaggio. Per non pochi decenni, forse per qualche secolo, si cercò di osservare, nella tradizione ebraica e nella matrice biblica, il precetto del Deuteronomio: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra” (Deut. 5,6). Ma col passar del tempo e con i più facili usi dei simboli funerari nei luoghi di sepoltura (si pensi al complesso fenomeno delle necropoli pagane, nelle quali sono sepolture cristiane, ed alle sepolture cristiane ed ebraiche nei cimiteri sotterranei o catacombe), anche i cristiani, in maniera quasi spontanea, pur avendo indicazioni in contrario dalle autorità, cominciarono a decorare i siti prima con simboli, poi anche con immagini simboliche. Così fu che, nel pieno dell’età costantiniana, durante tutto il IV secolo, venendo in possesso di veri e propri edifici di culto, soprattutto nella forma delle Basiliche, divenne più congeniale alla nuova situazione socio-religiosa fare ricorso non solo ad immagini singole, quasi come nella forma delle icone, ma addirittura a cicli di immagini in pittura ed in rilievo scolpito, o in vetri colorati. Ciò che determina, definitivamente, l’ingresso dell’arte colta nel costume cristiano è la necessità di decorare le absidi delle basiliche, in quanto le absidi stesse sono in servizio dell’altare, e l’altare del sacrificio cristiano, cioè dell’Eucaristia, non sarà mai adorno abbastanza per la grandezza di significato del mistero che vi si celebra. Ben presto quanto la parola esprimeva, dal libro, diventò necessario che fosse espresso anche dall’immagine, non solo per chi non sapeva leggere, ma perchè si avvertiva che l’immagine, in sinergia con le Scritture, imprimeva negli animi di tutti, dotti e indotti, un movimento di entusiasmo della fede per il quale non sempre bastava la parola, la lettura, il libro.

La vicenda di Ravenna

È convenuto di dire, negli studi, che i cicli musivi ravennati siano talmente perfetti, tanto coerenti nell’ambito cronologico di loro ideazione e produzione, da costituire un unicum: un unicum anche per rapporto ad altre capitali (Roma, Costantinopoli, Milano), nelle quali troppo è andato distrutto o troppo è venuto in essere parecchi secoli dopo Ravenna. I secoli di Ravenna sono due: il V ed il VI; al massimo possiamo aggiungere il VII secolo. Pertanto, è questo il periodo che deve essere considerato come il più fecondo per tutti e tre i tipi principali degli edifici di culto cristiano: battisteri, basiliche, mausolei e sarcofagi. Ma ciò che ha determinato la grandezza dei mosaici ravennati è stata l’unità e profondità della cultura ecclesiastica espressa dalla cancelleria vescovile, e dai vescovi stessi, in una continuità armonica e coerente dentro una grammatica ed una sintassi teologica che dava al libro delle immagini una forza proporzionata ai fattori politici e sociali di eccellenza e prestigio. Certo, senza quella peculiare forma di vita sociale ed economica che proveniva dalle due sorgenti principali (il porto militare della Classis, e l’essere capitale imperiale), Ravenna sarebbe stata come Rimini, Ancona, Aquileia, Trieste. Non c’è dubbio che l’essere capitale, in conseguenza dell’avere un porto imperiale di tanta importanza, è pure fondamento storico del significato di Ravenna cristiana nella civiltà dell’Occidente. Alla qualità di Metropoli imperiale, presto o tardi doveva corrispondere il prestigio della Metropoli ecclesiastica accompagnato dal naturale commercio, dalle vitali sinergie degli scambi culturali, dall’accesso a materiali più preziosi, a maestranze più esercitate. Che non siano conservati tanti nomi di artisti non stupisce. C’è però il nome superbo di Giuliano Argentario. E stupisce il fatto che, per un periodo che precede l’arrivo della Capitale, si siano conservati i nomi degli artisti della Cattedrale Ursiana: Eusebio e Paolo, Stazio e Stefano (Lib. Pont., 23). Pertanto dovremmo dire che già nel IV secolo, cioè nel secolo costantiniano, Ravenna fa il suo ingresso nella storia dell’arte paleocristiana. In effetti, il personaggio determinante deve essere stato il vescovo Orso, dal momento che egli figura, per decisione meditata dell’Arcivescovo Massimiano, come Sanctus con i quattro vescovi fondatori nei mosaici dell’abside della basilica ravennate più episcopale, cioè S.Apollinare in Classe. Inoltre, come è osservato dagli studiosi, nella storia documentata (a parte non poco scritto su Apollinare) è con Orso che comincia veramente il Liber Pontificalis. Pertanto, da Orso fino all’Arcivescovo Mauro, alla metà del VII secolo, abbiamo una serie di personaggi, quali vescovi e poi arcivescovi di Ravenna, da giustificare l’accumulo di dottrina biblica, la for-mazione di pensiero teologico, la sinergia con altre sedi ed esperienze, in una parola quella cultura che genera una com-mittenza di distinta eccellenza. Inoltre, ben presto – cioè dai primi del V secolo – l’episcopato ravennate deve confrontarsi e cimentarsi con gli uomini e le donne della corte, e delle corti; deve misurarsi con intellettuali (si direbbe oggi) di rango elevato: si passa da Onorio, Galla Placidia, Costanzo, Valentiniano III ad Odoacre, poi Teoderico, Boezio, Simmaco, Cassidoro; poi a Giuliano Argentario, lo stesso Giustiniano e la sua corte (Belisario, Narsete, Procopio). E questi soli sono veramente i principali. Altri andrebbero aggiunti: vescovi come Pietro Crisologo e Neone, Pietro II, Ecclesio, Vittore ed Ursicino (prima di Massimiano), come Agnello (dopo Massimiano), ma soprattutto vescovi come Massimiano stesso, sono certamente alla radice delle concezioni teologiche che vengono dispiegate nei cicli musivi: in quelli scomparsi, in quelli trasportati (come l’abside di S.Michele in Africisco) e in quelli che veramente ammiriamo tutt’oggi con i nostri occhi.

Il patrimonio dell’umanità

Sette edifici ravennati di culto hanno conservato, quasi integralmente, il patrimonio originale di decorazione dei cicli musivi. Tali edifici sono: Battistero Cattolico Battistero Ariano Cappella Arcivescovile Basilica di S.Apollinare Nuovo Basilica di S.Vitale Basilica di S.Apollinare in Classe Mausoleo di Galla Placidia. A questi, con mosaici, per la sua preziosità (anche iconografica e pure iconologica) va aggiunto: il Mausoleo di Teoderico. La dichiarazione dell’UNESCO di includere questi otto monumenti nella lista del Patrimonio dell’Umanità accentua, intenzionalmente, il significato mondiale di Ravenna paleocristiana. Sappiamo, tuttavia, che la preziosità artistica e la rarità estetica vanno coniugate con tutto il resto dei beni culturali: codici e manoscritti delle antiche biblioteche; papiri e pergamene degli antichi archivi; ori ed avori degli antichi tesori; stoffe e suppellettili dell’antica cimiliarchia, eccetera. Insomma, si tratta di quella matrice culturale di cui si sono, sopra, anticipate le linee essenziali.

Archeologia e storia dell’arte

Questo singolare patrimonio, e soprattutto quello monumentale, nel senso di edifici di storia architettonica, è stato studiato da più di un secolo, con metodo storico-critico, da ricercatori archeologi e da storici dell’arte. L’archeologia cristiana e la storia dell’arte, pertanto, hanno prodotto un’enorme biblioteca di studi ravennati. Questa biblioteca non solo si è ingigantita nel tempo, ma si è anche raffinata e perfezionata con guadagni scientifici inestimabili. Si pensi che un giovane di talento come Corrado Ricci (1858-1934), al momento di scrivere la sua prima Guida di Ravenna (1878), da ventenne in via di farsi esperto poteva scrivere, per S. Vitale, che “l’imperatore Giustiniano offre danaro per rendere sontuoso il tempio […1 Massimiano con due sacerdoti consacra il tempio […] l’imperatrice Teodora fa un’offerta alla religione simboleggiata in una fonte” (Guida 1878, p.56). Il lettore vede immediatamente il progresso che non solo il Ricci ma tutta la dottrina archeologica e storico-artistica hanno fatto nei primi secoli dei grandi studi moderni.

Iconografia

Pertanto, è stato possibile leggere meglio i mosaici, descriverli nel loro significato iconografico. Già allora il Ricci ventenne era in grado di correggere altri autori sull’immagine di S.Lorenzo nel Mausoleo di Galla Placidia: essi la prendevano per immagine del Redentore che porta la croce. Sia consentito citare questo esempio. Scrive C.Ricci: “lo non sono di parere che sia il Redentore, poichè le moltissime imagini che di Lui veggonsi nelle nostre chiese vestono tutte di porpora” (ivi, p.77, sottolineatura sua). Così correggeva il Beltrami, che nel mausoleo placidiano vedeva Profeti al posto degli Apostoli. Scrive Ricci: “Basta, a smentita di questa asserzione, osservare che l’una delle due figure espresse al lato sinistro della cupola ha le chiavi in mano – S.Pietro” (ivi, p.77). Tanti, dunque, sono i progressi, e tanto grandi, da dover sempre più apprezzare i contributi dell’archeologia cristiana e della storia dell’arte per la conoscenza scientifica del patrimonio monumentale ravennate, ora in larga misura divenuto Patrimonio (dichiarato) dell’Umanità.

Iconologia

Nella storia culturale e negli studi si stabilisce un rapporto di analogia tra il lavoro fatto sul testo scritto ed il lavoro fatto sul testo iconografico. Essendo la Bibbia il testo più studiato nell’esempio da fare, bisogna partire dalla Bibbia. Tre scienze si occupano della Bibbia: 1. la storia del testo; 2. l’esegesi; 3. l’ermeneutica. La storia del testo stabilisce se lo scritto tramandato sia autentico, o se sia un’aggiunta di altro autore. L’esegesi spiega il testo letteralmente, parafrasando il suo senso fondamentale. L’ermeneutica, invece, ne indaga il significato più profondo ed il suo valore culturalmente più eccellente. Così è delle immagini e dei cicli musivi, come nel caso dei cicli musivi di Ravenna. L’archeologia e la storia dell’arte determinano se le figure giunte a noi siano autentiche o contraffatte. Ad esempio, la figura di Cristo nel Battistero Ortodosso è contraffatta perché ha la barba: barba aggiunta ad un volto giovane e imberbe. Naturalmente queste discipline sono assai articolate, e non sempre i confini sono di una chiarezza cartesiana. Ma sta di fatto che esse hanno consentito l’applicazione del discorso iconografico, cioè quello che corrisponde àll’esegesi: dire chiaramente ciò che esprime il testo, ovvero descrivere esattamente quali figure si vedono e che cosa siano. Ma come, in maggior profondità, si sviluppa l’indagine ermeneutica (es. i Tractatus di S.Agostino sul Vangelo di Giovanni), così in maggior profondità di comprensione (ermeneutica) si dipana l’indagine iconologica. L’indagine iconologica svela la cultura e l’intenzione dei committenti, cioè, per quanto possibile, il vero significato teologico dei cicli musivi paleocristiani. -i\clgt Come nel discorso filosofico e ne discorso teologico sistematico accade che le conclusioni della critica testuale e storica diventino un principio della dottrina successiva, così nel nostro caso accade che le conclusioni dell’archeologia divengano un principio per l’iconologia. Nell’interpretazione dei cicli musivi di S. Vitale, ad esempio, contro il Ricci che distingueva tra Presbiterio ed Abside il Deichmann ha stabilito l’unità e la contemporaneità di tutti i mosaici messi insieme. Allora per l’interpretazione iconologica è divenuto possibile spiegare l’intera opera teologica di Massimiano, maestro e committente dell’immenso patrimonio. Perché egli ha deciso che il Sacrificio di Abramo fosse a lato della lunetta anziché al centro, come si sarebbe aspettato ogni colto osservatore che passasse al terzo sacrificio biblico provenendo dai due precedenti. La ragione è che a Massimiano, contro gli Ariani, stava a cuore mettere al centro la dottrina ortodossa sulla Trinità espressa dalla simbologia biblica dei Tre Angeli. Pertanto i Tre Angeli (cioè Dio) sono al centro; Abramo, invece, nelle due scene in cui è protagonista, è rappresentato ai lati, a destra e a sinistra. Perché nei quadri storico-imperiali si lascia ai soldati il monogramma di Cristo? Perché questa è materia imperiale costantiniana. Ma la vera croce di Cristo la porta il Vescovo. Il Vescovo non porta il pane per l’Eucarestia. Pane e vino sono proprietà dei fedeli che offrono. Proprietà del Vescovo, invece, è la croce. È molto più importante essere padroni della croce che del pane e del vino,che saranno santificati solo dalla croce, cioè dal Sacerdotium. Com’è che, a quanto pare, finora negli studi non si è trovata alcuna trasfigurazione simbolica all’infuori di quella di Classe (a.549)? Quella a lei contemporanea del Sinai (a.553) è Trasfigurazione realista. La ragione è che Massimiano ha offerto un’ermeneutica teologica della Trasfigurazione, dispiegando un trattato di teologia biblico-liturgica in forza del quale la Trasfigurazione è il Mistero Pasquale, cioè (anche) il sacrificio eucaristico di passione, morte, gloriosa risurrezione: sacrificio offerto dal Vescovo Apollinare con il suo popolo (i dodici agnelli) e ricevuto, in Cielo, dalla Destra del Padre che appare nelle nubi.