Di fondamentale importanza, per Ravenna e per i suoi destini futuri, si deve considerare il trasferimento della Capitale dell’Impero romano d’Occidente in essa avvenuto da Milano nel 402-404, al tempo dell’Imperatore Onorio; da modesto centro romano di provincia, assurta al ruolo di capitale, Ravenna divenne degna sede di corte, arricchendosi di importanti monumenti – palazzi, mausolei, chiese, battisteri, molti dei quali inseriti nella Lista Unesco – spesso decorati di preziosi mosaici, che dovettero renderla uno dei centri internazionali più prestigiosi del tempo. Tale processo di abbellimento si sviluppa con grande fervore in periodi e fasi dominati da grandi protagonisti quali Galla Placidia (425-450), Teoderico (493-526) e Giustiniano (527-565), protraendosi poi con importanti soluzioni sino alla prima età esarcale. Esso rispecchia le linee direttrici di una committenza alta, colta, costituita in prevalenza da imperatori o dignitari imperiali, re e vescovi o arcivescovi. Sin dall’inizio le caratteristiche tipologiche, tecniche e strutturali degli edifici che sorgono nella nuova capitale propongono una grande varietà di apporti, provenienti dalle città e dai centri più significativi del tempo, quali Roma e Milano in Occidente, Costantinopoli e Salonicco nel vicino Oriente, che sottolineano inoltre l’orizzonte internazionale di Ravenna. E’ dalla felice sintesi e rielaborazione di tanti svariati apporti che emergeranno nuove forme architettoniche, racchiudenti nelle loro articolate strutture le peculiarità del luogo in cui sono sorte oltre che il senso del tempo, del preciso momento storico cui esse si riferiscono. Già l’antica Cattedrale, la Basilica Ursiana, a cinque navate, fatta innalzare a Ravenna in previsione o in concomitanza con il trasferimento della corte – abbattuta nel 1733 per far posto all’attuale Duomo – a noi nota solo attraverso disegni fatti prima della distruzione, doveva presentare elementi tratti da diverse tradizioni artisti-che: se infatti l’abside semicircolare internamente e poligonale esternamente denuncia inequivocabili influenze del vicino Oriente e di Costantinopoli in particolare, dando inizio ad una tipologia che diverrà poi un marchio tipico delle absidi ravennati, il materiale utilizzato per la semicalotta absidale, costituito da tubi fittili, ci proietta in un sistema costruttivo tipico del mondo romano/occidentale ed ignorato nella capitale d’Oriente, i cui monumenti sono costruiti in mattone laterizio, sia nelle murature che nelle volte e nelle cupole. Anche il Battistero fatto innalzare accanto ad essa dal vescovo Ursus sembra riallacciarsi, per la sua conformazione ottagonale, più che al noto battistero milanese/ambrosiano, spesso citato, al precedente battistero della Cattedrale di Roma – antica Basilica Lateranense – che doveva verosimilmente presentare impianto ottagonale già in epoca costantiniana, secondo il risultato di recenti studi. Successivamente Galla Placidia seppe trasferire, negli edifici da lei fatti innalzare, sia il profondo attaccamento alle radici costantinopolitane ed all’ideologia imperiale che la sua alta considerazione per le tradizioni occidentali . La sua fervida attività edilizia, volta a fare di Ravenna una degna sede di corte, si esprime soprattutto attraverso due fondazioni che diverranno un punto di riferimento per la successiva edilizia sacra: la chiesa di San Giovanni Evangelista e il complesso di Santa Croce. Senz’altro il più “costantinopolitano” degli edifici da lei commissionati si può considerare la basilica di San Giovanni Evangelista, sorta a soluzione di un voto (426-430). Stretti collegamenti con l’ambiente culturale-artistico di Costantinopoli si riscontrano sia nell’intitolazione a San Giovanni, protettore dei naviganti e della famiglia imperiale teodosiana, che nell’ubicazione vicino al Palazzo imperiale ed al porto, così come l’omonima basilica costantinopolitana dedicata a San Giovanni Teologo. Anche l’originaria icnografia, a pianta raccorciata, costituita da tre navate suddivise da due file di 9 colonne e inoltre l’abside poligonale esternamente, sembrano rimandarci alle tipologie in uso nelle chiese costantinopolitane, documentate chiaramente dal San Giovanni di Studios, dalle basiliche della Chalcoprateia e di Topkapi Saray (V sec.), ma già presenti come sembra, anche nella Santa Sofia teodosiana. Anche la chiesa di Santa Croce, di età placidiana, ora ridotta a basilichetta mononave, ma il cui originario impianto a croce latina è stato tuttavia ben individuato in seguito a scavi condotti a partire dal 1970, sembra collegarsi ancora una volta a Costantinopoli, dove la pianta cruciforme trova un importante prototipo cristiano nell’Apostoleion fatto innalzare da Costantino entro il 337, riecheggiato poi nelle chiese milanesi fatte costruire da Sant’Ambrogio, che forti suggestioni dovettero esercitare sulla nuova architettura ravennate. A destra del nartece o ardica di Santa Croce era poi collegato, mediante un vestibolo colonnato ora scomparso, ma evidenziato da scavi archeologici, il mausoleo di Galla Placidia, che appare oggi isolato e decontestualizzato quindi dal complesso a cui apparteneva, da cui è stato staccato nel 1602. Esternamente l’edificio presenta un aspetto molto semplice e modesto: strutturato in mattoni corti e grossi, presenta pianta a forma di croce latina (m.12,75×10,25) e nel punto di incrocio dei bracci si innalza la cupola protetta esterna-mente da un tiburio a forma di torretta quadrata, sormontato da una pigna funeraria. Dopo la morte dell’Augusta Imperatrice (450), per un quarto di secolo l’attività edilizia viene esercitata a Ravenna su commissione del vescovo Neone (451-473) che, supplendo in un certo senso il vuoto istituzionale del tempo, continua a dar prestigio alla città, trasformando e abbellendo precedenti edifici quale il Battistero Ursiano – che fu dotato di una cupola strutturata in tubi fittili e di una ricca decorazione marmorea e musiva all’interno. Un nuovo capitolo dell’architettura ravennate si apre poi con il regno più che trentennale di Teoderico (493-526), re degli Ostrogoti, desideroso di far innalzare per sé e la sua corte adeguate strutture palaziali e per il suo popolo di religione ariana specifici edifici di culto, ben differenziati da quelli cattolici, che finirono per costituire una civitas barbarica ben definita sviluppatasi a nord-est della città. Re dei Goti, ma anche funzionario legittimato da Costantinopoli, dove aveva vissuto a corte come figlio adottivo dell’Imperatore Zenone, Teoderico seppe trasferire negli edifici da lui fatti innalzare, la sua cultura e l’ambivalenza sua e del suo tempo. Nulla è rimasto purtroppo in alzato del grande Palatium, frutto di una grandiosa risistemazione di edifici precedenti, di cui possiamo farci un’idea attraverso le fonti storiche, gli scavi e i rinvenimenti archeologici di inizio Novecento, nonché la raffigurazione musiva tuttora esistente in Sant’Apollinare Nuovo: complesso palaziale articolato intorno ad un grande cortile porticato a nord del quale si aprivano gli ambienti di rappresentanza – tra cui un’aula absidata e un triclinio per banchetti – e a sud le stanze di abitazione, provvisto di preziosi tappeti musivi – di cui si sono rinvenuti numerosi lacerti – che lo ponevano perfettamente in linea con l’edilizia aristocratica del tempo. Ma anche le chiese di culto ariano presentano influenze artistiche ora dell’Oriente, ora dell’Occidente, che le caratterizzano in modo diverso. Sia la Cattedrale che la basilica palatina di Sant’Apollinare Nuovo, originariamente collegata al Palatium, sono accomunate dall’uso dello stesso materiale (mattoni di recupero), dalla presenza di un’abside poligonale esternamente, priva di ambienti laterali, secondo l’uso costantinopolitano. Allo stesso ambito artistico si ricollegano poi le proporzioni raccorciate della Cattedrale, suddivisa in tre navate da due file di 7 colonne; in Sant’Apollinare Nuovo la pianta ha invece notevole sviluppo longitudinale, secondo la consuetudine architettonica dell’Occidente; le colonne con le sigle di fabbrica greche, gli eleganti capitelli corinzi detti “a lira” sono da considerarsi tuttavia di importazione costantinopolitana, come l’ambone e le transenne che costituiscono il prezioso arredo liturgico: l’Oriente preme con le sue raffinatezze quindi, anche se la struttura architettonica rispetta le consuetudini locali. Il sottile equilibrio fra i due mondi sembra scomparire nel più originale e innovativo monumento fatto costruire dal re goto, il suo mausoleo, che si configura “diverso” dagli altri edifici dello stesso tempo e dello stesso luogo, realizzato con forme e tecniche spettacolari, capaci di suscitare un’impressione di grande potenza. Soppiantato il mattone, materiale da costruzione locale, a favore della pietra squadrata di origine istriana e quindi le maestranze locali a favore di quelle straniere, con i suoi due ordini decagonali sovrapposti e la sua cupola monolitica circondata da dodici anse recanti incisi i nomi degli apostoli – posta a ricoprire l’edificio e la tomba porfirea del re goto insieme – esso sembra rievocare il mausoleo di Costantino a Costantinopoli, mentre l’apparato ornamentale rimanda in parte alla contemporanea oreficeria ostrogota. Con l’inizio dell’età giustinianea la parabola architettonica-artistica di Ravenna raggiunge il più alto livello: nel programma politico-religioso di Giustiniano (527-565), che intese restaurare l’Impero romano universale e la religione ortodossa, l’edilizia religiosa sorta a Ravenna intese ribadire il potere imperiale esaltando con-temporaneamente la chiesa locale. Furono i vescovi infatti i committenti “ufficiali” delle chiese del tempo, come si evince dalle epigrafi dedicatorie e consacratorie, chiese finanziate tuttavia da Giuliano Argentario, longa manus dell’Imperatore stesso. Tale messaggio propagandistico trovò espressione in un’architettura di alto livello, preziosamente decorata di mosaici, capace di gareggiare con quella coeva di Costantinopoli. Per i prestigiosi edifici (es. SanVitale, Sant’Apollinare in Classe) non furono usati materiali di reimpiego, come nelle età precedenti, bensì materiali architettonico-decorativi nuovi, molti dei quali importati dalla capitale d’Oriente, dalle ricche cave di marmi del Proconneso. A Ravenna dovettero essere prodotti invece i caratteristici mattoni stretti ed allungati, intercalati da strati di malta di uguale spessore, peculiari delle costruzioni di tale periodo. Alle spiccate influenze costantinopolitane si uniscono poi o si fondono quelle derivanti dalla precedente o coeva architettura occidentale, dando luogo ad espressioni artistiche di grande originalità. E’ soprattutto nella basilica di San Vitale che Costantinopoli e Roma, ovvero il genio architettonico dell’Oriente e dell’Occidente trovano la massima esaltazione e fusione. Commissionata dal vescovo Ecclesio (521-533), ma realizzata in gran parte dal vescovo Vittore (537-544) e consacrata infine da Massimiano nel 547, tale edificio si configura a pianta ottagonale, sormontato da cupola poggiante su pilastri collegati da ampie esedre a triforio, in corrispondenza del pianterreno e del matroneo. Esso, per concezione architettonica e spaziale, si può confrontare agli esempi paradigmatici dei Ss. Sergio e Bacco (527-536) e di Santa Sofia (532-537) di Costantinopoli, tutti accomunati da analoghe spettacolari soluzioni architettoniche e da una spazialità smaterializzata e trascendente. Alla dilatazione di questi ultimi edifici, caratterizzati da cupole schiacciate e realizzate in mattoni, si contrappone tuttavia in SanVitale uno slanciato verticalismo e uno spazio proiettato verso l’alta cupola, realizzata con anelli concentrici e degradanti di tubi fittili, e cioè con un sistema costruttivo tipicamente occidentale. Elementi di origine occidentale vengono fusi quindi con altri di derivazione bizantina, in un’espressione architettonica matura ed originale, in un monumento innovativo che si può considerare una delle più alte creazioni di tutti i tempi. Si esaurisce poi con la basilica di San Severo, nella prima età esarcale, la grande fioritura architettonica conosciuta da Ravenna, capitale dell’Impero romano d’Occidente. Fondata dall’arcivescovo Pietro III (570-578) e terminata dal suo successore Romano (578-595), come attesta il protostorico Andrea Agnello (IX sec.), essa doveva presentare una planimetria a tre navate di notevoli proporzioni, un importante impianto liturgico e terminare con un’abside poligonale esternamente. Decorata di marmi, di mosaici pavimentali e parietali, essa è tuttora oggetto di scavi e sondaggi volti a rendere sempre più chiara la sua facies architettonica e la sua storia. Ravenna dimostra quindi, attraverso le proprie architetture inseribili fra V e VI secolo, il suo ruolo di città cosmopolita, capace di assimilare eterogenee influenze e di reinterpretarle autonomamente, con libertà inventiva, in base a programmi ideologici- politici ben precisi.

Clementina Rizzardi