C’era una volta un grande campo di grano con un piccolo rudere.

La proprietaria di questo campo era la signora Graziella, con la passione delle erbe aromatiche, delle piante e del giardino.

Un giorno, la signora Graziella decise di realizzare una serra in cui coltivare frutta e verdura. Ci prese così tanto gusto che si ritrovò ad averne per un reggimento.

E così decise che in quel grande campo di grano sarebbe sorto un agriturismo, in cui tutti avrebbero potuto gustare le tante prelibatezze di Madre Natura.

C’era una volta, e c’è ancora, l’Artemisia.

Poco distante da Ravenna, presso Godo di Russi, 12 anni fa, nasceva questo agriturismo il cui nome deriva dall’erba di San Giovanni e identifica un’oasi di colori e di profumi.

Nato per caso, l’Artemisia è il frutto di un cambiamento interiore della signora Graziella, appunto, la quale dopo 25 anni di onorato servizio all’interno di un ufficio, un bel giorno decide di mollare tutto per dedicarsi alle sue passioni: la terra e le piante.

È proprio lei a spiegarmi un concetto importante: “Sai, Anna, quando entri con i piedi nella terra non riesci più a toglierli. Le radici sono troppo forti e non si possono rinnegare, perché è qualcosa che senti dentro. E c’è da dire che noi romagnoli proveniamo da una forte cultura contadina in cui la terra è sinonimo di libertà, di profumi e di emozioni. Non possiamo assolutamente farne a meno”.

L’Artemisia è un po’ come me, piuttosto multitasking: è agriturismo, azienda agricola e, dal 2004, anche fattoria didattica, che propone percorsi per bambini degli asili nido, delle scuole materne e delle scuole elementari. Dal 2013, inoltre, è anche fattoria sociale.

Questo agriturismo è anche un luogo in cui è possibile gustare una serie di piatti che si discostano un poco dalla classica tradizione romagnola. È una sorta di rivisitazione.

Qualche tempo fa si era detto che Ravenna non è solo mosaici e cappelletti, ma anche canneti e capanni da pesca. Ricordate?

Bene, oggi aggiungo che Ravenna non è solo passatelli e sangiovese, ma è anche risotto alla lavanda, sciroppo di rose e involtini di tacchino con pesche sciroppate. Giusto per arricchire un po’ l’elenco.

Quando mi sono recata all’Artemisia per realizzare l’intervista, sono stata piacevolmente catapultata nel mondo della signora Graziella, la quale, molto gentilmente, mi ha illustrato tutto il menù senza tralasciare alcun particolare.

“All’interno di Artemisia”, mi spiega, “prepariamo lo sciroppo di rosa e di sambuco, il succo d’uva e di uva fragola, la marmellata di uva sultanina e di pomodori rossi, il succo di melograno e il brodo di giuggiole, che ha un sapore molto dolce e non è altro che un assemblaggio di diverse tipologie di frutta la cui base principale è costituita proprio dalle giuggiole”.

Io la guardo, in silenzio, totalmente affascinata. E lei continua: “Prepariamo anche piatti in cui la verdura si mescola con i fiori come, ad esempio, le viole, i tageti e i gerani. Ti consiglio di assaggiare i nostri involtini di tacchino con gorgonzola e pesche sciroppate…”.

Il tuo consiglio mi piace assai, cara Graziella. E penso che non impiegherai molto per convincermi.

“In questi giorni”, continua Graziella, “stiamo essiccando le foglie di fragola. Questo è il periodo migliore per farlo, perché sono molto carnose. Così facendo, a breve avremo il nostro tè alla fragola che preparo seguendo una ricetta del 1740”. Sì, cari lettori, avete letto bene: 1740.

Ad un certo punto, la signora Graziella si offre di portarmi qualcosa da bere. E così, spinta dalla curiosità, decido di accettare a patto che mi faccia assaggiare qualcosa di insolito.

Mi porta un liquore all’alloro ed uno alle rose, entrambi dolcissimi e squisiti. E mi osserva divertita mentre mi lecco i baffi.

La verità è che ne avrei gustati altri cento, di bicchierini. Ma ovviamente non glielo dico per non sembrare inopportuna. Voglio dire, dovrò pur mantenere una certa professionalità…

“Un altro nostro piatto è il risotto alla lavanda, che ho inventato per caso insieme a mio figlio”, aggiunge Graziella, “e prepariamo anche il pesto alla ravegnana a base di stridoli, scalogno, pinoli e pecorino. È qualcosa di tipico della zona”.

C’è un’ultima chicca che rende questo posto speciale: la serra esterna in cui, ogni due settimane, la signora Graziella organizza eventi legati alla cucina naturale. Un mix di gastronomia e di musica che si concentra fra piante e tavoli.

Quando mi conduce in visita alla serra, il mio stupore è palpabile. Non so da che parte guardare, tutto mi attrae e mi invita a scattare foto. E questa cosa sembra divertirla molto…

Infine, come ultima tappa del tour, mi mostra la loro dispensa: una stanza fresca in cui sono accuratamente conservati centinaia di vasetti colmi di ogni ben di Dio. Che spettacolo!

Insomma, a pochi passi da Ravenna avete la possibilità di assaggiare una cucina fuori dai soliti schemi, che non rinnega la tradizione, ma la ridisegna. E allora che si aprano le danze, non abbiate paura, non siate diffidenti, assaporate accostamenti insoliti e trasgredite un po’ alle solite regole.

E se pensate che i gerani stiano bene solo in balcone, beh, sappiate che vi sbagliate di grosso. Parola di storyteller.

E come si dice in Romagna…

“L’è mej strusciê al schêrp ch’n’è i linzul” (“E’ meglio consumare le scarpe piuttosto che le lenzuola”) – E’ meglio consumare le scarpe, cioè muoversi, piuttosto che poltrire a letto senza fare niente.

Anna Zattoni