Questa conversazione nasce nei nomi della Memoria e della Bellezza.

“Memoria del Mondo” è il titolo con cui l’Unesco ha riconosciuto il Codice Purpureo Rossanense, Patrimonio dell’Umanità.

Bellezza è la facoltà più alta che l’uomo possiede.
La bellezza non appartiene alle cose che ci circondano, ma è la nostra mente che la crea e la fa ospite, sempre presente, dei nostri occhi.

Inizio questa conversazione prendendo spunto da una semplice nota di Guglielmo Cavallo a proposito del fatto che nel Codice di Rossano le miniature si presentano come una sequenza visuale ininterrotta, separata dalla scrittura. Fogli separati, riuniti in fascicoli, in cui la vita pubblica di Gesù e la sua Passione, trattate da tutti e quattro gli evangelisti, vengono presentate in un ciclo continuo.

Un po’ come come gli affreschi sulle pareti (osserva con puntuale intenzione Guglielmo Cavallo) che decoravano le chiese siriache e palestinesi tra quarto e sesto secolo.

Il premio Nobel Albert Camus ci ammoniva, non moltissimi anni fa, che la strada che va all’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Tacerò dunque sulle buone intenzioni; toccherò invece tre nodi, non ancora sciolti, dell’intreccio tra memoria e bellezza nelle nostre miniature.
Ho dato loro un titolo:

1) alla radice della Biblia Pauperum

2) i tre volti di Gesù

3) con gli occhi di Giovanni.

ALLA RADICE DELLA “BIBLIA PAUPERUM”

La presenza dei profeti col braccio destro sollevato a testimoniare l’intima vicinanza agli episodi evangelici, potrebbe configurarsi come una radice primaria della “Biblia Pauperum”: libretti di devozione popolare comparsi in Germania agli albori del XIII secolo e diffusi in Europa fino a tutto il XV secolo.

Ho ripensato al dibattito febbrile -tanto era alta la posta in palio- tra le prime Chiese cristiane, di legare tra loro Antico e Nuovo Testamento, paventando il rischio che il Nuovo Testamento mettesse in ombra la Bibbia riducendola ad un meraviglioso, ma esclusivamente ciclo epico e di avventure, al pari di Iliade od Odissea.
La soluzione che si fece largo, prima in Oriente e poi in Occidente, fu quella di inframezzare i profeti tra i passi che riguardavano la vita di Gesù.

Che il Rossanense abbia avuto una qualche influenza anche su papa Gregorio Magno che rimprovera il vescovo Sereno di Marsiglia sul valore “catechetico” delle immagini, è certamente una ipotesi azzardata; mi pare invece convincente guardare all’Italia meridionale bizantina, che riceve visite imperiali e combatte battaglie spettacolari, come a Crotone, nel corso della disgraziata campagna militare contro gli arabi, che costò quasi la vita ad Ottone II, mentre la moglie, l’ imperatrice Teofano (greca di nascita e di cultura) veniva ospitata nella fida Rossano.

Dal 951 Rossano fu capitale dei possedimenti bizantini in Italia: sede dello Stratego, di Vescovado, di uffici amministrativi, di officine artigianali, di botteghe d’arte, di istituzioni educative e scuole monastiche dei tanti monasteri urbani e montani.
Il pensiero corre, sul finire dell’Xl secolo, a Bartolomeo di Simeri e alla fondazione di quel meraviglioso “Monastero del Padre”, il cui scriptorium ha arricchito per secoli biblioteche in tutto il mondo.

Un ruolo più defilato, ma non meno interessante dal punto di vista culturale, lo giocano alcuni monaci tedeschi che si spostano di città in città con incarichi “esplorativi” (non ho termini più precisi per definire la loro missione) per conto di principi e feudatari laici o di grandi ecclesiastici a capo dei nuovi arcivescovadi di fondazione imperiale.

Il quadro che si presenta intorno all’anno 1000 dice quanto siano floridi i trasferimenti di oggetti di sicuro valore liturgico, iconografico o suntuario dall’Italia al cuore della Germania.
Trasferimenti a volte ottenuti per via delittuosa, come il furto sacrilego delle reliquie di San Severo, vescovo di Ravenna, su commissione dell’arcivescovo di Erfurt.

Dentro questi movimenti di materiali preziosi potrebbe aver preso corpo lo “sdoppiamento” del Codex (il secondo volume, coi vangeli di Luca e Giovanni e le tavole dei canoni di Eusebio, per un totale di circa 200 pagine) tanto evidente appare la dipendenza dello schema compositivo delle prime “Bibliae Pauperum” dalle tavole del Rossanense.

Nella pagina di uno di questi libretti devozionali ho scoperto una immagine che vi stupirà per l’audacia con cui Bibbia, Vangelo e Imperialità germanica vengono associati con una naturalezza ed ingenuità che a me son parse straordinarie.

I TRE VOLTI DI GESU’

Il secondo nodo riguarda propriamente le radici della iconografia cristiana, che oggi potremmo definire di ambito “medio-orientale”, nata in Siria e Palestina e che André Grabar ha descritto in modo magistrale riguardo ai secoli che ci interessano. Il suo studio sul codice “Sinopense”, gemello del nostro Rossanense, giunge a risultati che personalmente considero definitivi e incontrovertibili.

Il fatto straordinario è che dall’incontro con l’ellenismo, nell’orbe romano tendono a diffondersi due immagini del Cristo completamente diverse, che coesistono nella mente dei primi cristiani e che ovviamente si sviluppano in un contesto di serrate discussioni teologiche.
Se nelle allusive immagini di Cristo dei primi tre secoli si ricade sempre nel modulo del ragazzo sbarbato, esemplato sulla immagine pagana di Apollo, adesso la tipologia di Gesù muta radicalmente e mostra un uomo con i capelli lunghi, la barba folta, lo sguardo profondo.
Piergiuseppe Bernardi ipotizza che l’origine letteraria di questo “ritratto” che fa la sua prima comparsa nei Vangeli Purpurei di Rossano e Sinope, miniati con buona probabilità ad Antiochia, possa essere ricercata in un testo apocrifo, attribuito ad un funzionario romano della Giudea, contemporaneo di Gesù.
Antiochia.
Chiamata “la grande”, centro rigoglioso della tradizione classica e deposito incrollabile di ebraismo e cristianesimo ellenistico. Ebbe da Cesare il titolo di metropoli e fu veramente, sotto il dominio di Roma, la metropoli d’Oriente sede dell’amministrazione civile e dell’organizzazione militare.
Costantino fece costruire una sola chiesa a Costantinopoli, quella dei Santi Apostoli e ben sette chiese in Siria. L’Ottagono in Antiochia, L’Anastasis di Gerusalemme, la chiesa sul “monte degli ulivi”, la chiesa di Mambre, quella della Natività a Betlemme, la chiesa di san Paolino, la cosiddetta Grande Chiesa a Heliopolis.
Si può, con assoluta certezza supporre che queste ed altre chiese costruite in Terrasanta e in genere in Siria -regione che più di ogni altra era meta di continui pellegrinaggi -fossero decorate nelle navate e nelle absidi con mosaici e pitture. Quei cicli palestinesi e siriaci, costituirono il brodo di coltura dell’arte cristiana medio-orientale.

Sottolineo una volta di più il debito della storia dell’arte nei confronti di Geza De Francovic per il suo eccezionale contributo sull’importanza del fattore siriaco nelle ulteriori vicende della pittura medievale in Oriente e in Occidente.
Ed ecco come si presentava alla gente del suo tempo, l’uomo Gesù:
“È un uomo dalla statura alta, ben proporzionata, dallo sguardo improntato a severità.
I suoi capelli hanno il colore delle noci di Sorrento molto mature e discendono dritti quasi fino alle orecchie, dalle orecchie in poi sono increspati e a ricci alquanto più chiari e lucenti, ondeggianti sulle spalle.La sua fronte è liscia e serenissima, il suo viso non ha né rughe né macchie ed è abbellito da un rossore. Il naso e la bocca sono perfettamente regolari. Ha barba abbondante, dello stesso colore dei capelli: non è lunga e sul mento è biforcuta. Il suo aspetto è semplice e maturo. I suoi occhi sono azzurri, vivaci e brillanti”.

Ancora una volta il Rossanense si pone davvero quale “Memoria del Mondo”, fonte primaria della iconografia che esprime un volto di Gesù contrapposto a quello “ellenistico-romano” dell’Occidente e al Cristo “Onnipotente Pantocratore”, trascendente e ieratico, di provenienza orientale, che figura nella solenne iconografia imperiale bizantina.
Una indagine sulle “tre sorgenti” del volto di Cristo, potrebbe utilmente essere condotta, io credo, mettendo a confronto le miniature rossanensi con le impressionanti icone “greco-romane” di Al Fayyum in Egitto e poi con la splendida icona del Cristo, – autentica porta di passaggio tra arte
greco-romana ed arte medio-orientale-, conservata presso il monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. Qui il Cristo si mostra nella doppia natura che gli è propria: il volto sensuale, di un luminoso color avorio e lo sguardo sereno, che colpisce per solennità ed astrazione. La mano destra benedicente con le tre dita, sigillo definitivo della sua divinità.
La ricerca potrebbe poi continuare spostandosi sui mosaici ravennati delle tre età capitali: la placidiana, quella teodoriciana e l’ultima giustinianea, compiutamente bizantina.

Stesso discorso per i volti di Pietro -splendida icona anche la sua, nel medesimo monastero sul Sinai- e Andrea, che compaiono sempre riconoscibili nel Rossanense e di qui accolti senza indugio dalla cristianità orientale ed occidentale e mai mutati nel tempo. Le miniature rossanensi tentano forse altre personalizzazioni che tuttavia non hanno registrato ulteriore successo. Anche qui pare opportuno superare la fase delle buone intenzioni e cercare più in profondità.

CON GLI OCCHI DI GIOVANNI

Il terzo nodo ha richiesto agli studiosi e richiede ancora oggi un surplus di indagine dovendo riconoscere, immagine dopo immagine, non soltanto il personaggio o l’evento miniato, ma anche la provenienza evangelica più attendibile tra i canonici. E ancora di più, il peso tra di essi di un evangelista e la sua idole piuttosto che di un altro.

Faccio un esempio.
Le miniature del Rossanense sono 12 e di queste solamente tre sono estranee al testo di Giovanni; le altre 9 sono di stretta osservanza giovannea e alcune di queste, 4 per l’esattezza, uniche nella sua scrittura.
Alla luce di tale prevalenza potremmo chiederci se anche le immagini perdute provenissero dalla stessa fonte, nel qual caso mancherebbero gli altri miracoli (nozze di Cana, il paralitico di Betesda, la Samaritana, la moltiplicazione dei pani e dei pesci) compiuti da Gesù nella prima parte del cosiddetto Vangelo dei Segni.
Se al contrario il miniaturista avesse proseguito la sua opera ispirandosi alla seconda parte del vangelo di Giovanni, il cosiddetto “Vangelo della Gloria”, le miniature potrebbero contemplare le tre apparizioni ai discepoli: Emmaus, Tommaso, Mare di Tiberiade. E non possiamo neppure escludere le scene nelle quali Giovanni interpreta la Passione: la condanna a morte, la morte in croce, l’apparizione a Maria Maddalena.

Fuor di fantasia, le immagini che restano a nostra disposizione chiamano esplicitamente in causa l’evangelista Giovanni, il suo pensiero, la bellezza che egli aveva negli occhi mentre ascoltava Gesù e poi le parole di Lui che trascriveva di getto per paura di dimenticare.

E chiamano in causa anche l’ignoto miniatore che ci ha messo in contatto con la bellezza provata da Giovanni.

Siamo ben consapevoli che l’ordine in cui le scene si susseguono nel Rossanense è stato più volte sconvolto (separazione dei due volumi, incidenti fisici come l’annerimento delle ultime pagine dovute ad un incendio, rovesciamento di pagine per consunzione dei lembi di alcune figure troppo diteggiate, etc.).

Di qui la mia proposta di ascoltare il racconto delle miniature attraverso il vangelo del solo Giovanni, tralasciando le due parabole di Matteo e Luca e ponendo quale immagine finale l’episodio del pentimento e suicidio di Giuda, che Giovanni, non a caso, ignora.
Procederemo dunque, capitolo per capitolo, là dove il testo ha fatto da suggeritore alla pittura.

Noteremo perciò che le miniature si collocano attorno a due poli gravitazionali: i capitoli 11-13 e i capitoli 18-19, mentre vengono saltati quelli centrali, i più ricchi dal punto di vista teologico, incentrati sulla proclamazione della propria identità divina da parte di Gesù, i ben conosciuti sette “Io Sono”.
Teologia purissima senza dubbio, ma di assai difficile trasposizione pittorica.

Segnalerò a parte, a proposito della doppia miniatura della “comunione degli apostoli”, relativa alla fondazione del sacramento della eucarestia assente, per ragioni teologiche, dal vangelo di Giovanni, una surroga di potenza plastica formidabile, ritengo venuta da Gerusalemme, offerta dal patriarca Cirillo nella sua quinta catechesi mistagogica.

Ne parleremo fra poco.


Conferenza di Gianni Morelli a Rossano, 11 giugno 2016