Dopo la lunga stagione industriale e la bolla speculativa degli anni Novanta, si apre per Ravenna l’unica sfida possibile: imparare ad essere anche una città di mare. Difendere il porto canale e con esso il patrimonio di attività e persone che ci lavorano, riqualificare la darsena di città, valorizzare gli ambienti naturali, inserendoli nell’ampia offerta turistica. La storia scritta dai vincitori, da sempre, spazza via dagli spazi urbani simboli ed effigi del potere precedente. Allora archiviati le mascelle volitive sormontate da elmetto, sovrani sabaudi, papa re, nell’Italia repubblicana del dopoguerra in città c’è spazio solo per l’Eroe dei due mondi. Nel 1963 sul canale Candiano in prossimità della chiesa del cimitero, fu inaugurato il monumento al marinaio, opera dello scultore ravennate Giannantonio Bucci, autore molti anni più tardi della copia della statua di Luigi Carlo Farini, distrutta nel corso della Seconda guerra mondiale e ricollocata davanti alla stazione negli anni Novanta. Su un’ampia base rivestita di pietra con scalinata laterale si erge rivolta al Candiano una figura maschile massiccia, con un berretto in tela e una cerata, tradizionali indumenti degli operatori della marina mercantile. Nessuna protervia da dominatore, impeto da eroe, espressione muscolare cara ai regimi totalitari, ma solo l’omaggio alla concretezza e alla forza necessarie per lavorare in mare e perché no forse a due tratti propri dell’indole.

Chiara Bissi