Una sera di una decina di anni fa mi sono recato al Teatro Manzoni di Bologna per assistere ad un concerto del celebre violoncellista russo Mischa Maisky. Ricordo che interpretava le Suites per violoncello di Bach. L’esecuzione fu straordinariamente emozionante, al punto che volli andare a trovarlo in camerino per complimentarmi con lui. Con me c’era un giovane studente di violoncello che gli fece una domanda: “Maestro, cosa devo fare per riuscire a suonare come lei?”. “Io ho iniziato acquisendo la tecnica. Studiavo per ore, non meno di dodici al giorno,” gli rispose il musicista “e ancora adesso studio ogni volta che posso. Provo, riprovo, e poi riprovo ancora. Esercito le dita, faccio loro percorrere incessantemente il manico dello strumento, accarezzo le corde, ne sento la consistenza. Il mio consiglio è questo, di acquisire la tecnica e, dopo, quando le dita ormai si muoveranno da sole, di lasciar parlare il cuore”. Mi ha colpito quando, la settimana scorsa, trovandomi nell’atelier di Racagni, una mia alunna dell’Accademia di Belle Arti gli ha chiesto cosa fosse per lui l’ispirazione; la sua risposta è stata che trovava la sua ispirazione nel lavoro, nell’applicazione costante al mosaico, nell’esercitare quotidianamente il rapporto con la tecnica, nell’orgogliosa consapevolezza dell’origine artigianale del mosaico e, più in generale, di ogni forma d’arte. Credo che questa affermazione, apparentemente ovvia, non lo sia al giorno d’oggi, quando tanti sono convinti che l’artista proceda per illuminazioni, come se il suo lavoro si potesse svincolare da una prassi giornaliera lenta e faticosa. Un’asserzione, fra l’altro, quella di Racagni, che sembra essere in contrasto con i suoi lavori, tutti intrisi di una forza istintiva e primordiale, percorsi da un’ansia tellurica. La spiegazione è tutta nell’ultima frase di Maisky:
“Quando le tue dita si muoveranno da sole, lascia parlare il cuore”.
Le dita di Paolo percorrono febbrilmente le superfici di malta dipingendo, lasciando tessere e frammenti di pietra, di smalto, oggetti trovati, ricordi di dolori segreti, di sogni sussurrati, di rabbie inestinguibili che scuotono la nostra coscienza di osservatori, che turbano le nostre consuetudini visive, ma che poi, magicamente, si ricompongono in immagini coerenti di rara forza visionaria. E scavano. Scavano nella profondità della nostra anima, nell’inestricabile groviglio delle nostre esperienze.
È uno strano percorso quello di Racagni, ricco di ripensamenti, contraddizioni, sviluppi apparentemente incomprensibili ma, a ben guardare, ogni scelta è in lui motivata dal costante desiderio di sperimentare, di cambiare, non per assecondare mode, ma per esprimere sinceramente se stesso, le sue tante curiosità, la sua passione. L’uomo è contraddittorio. La vita lo è.
Non tutti i lavori di Racagni incontrano il mio gusto ma, anche di quelli che non mi piacciono, comprendo le motivazioni sotterranee; essi sono indicativi di una nuova strada intrapresa dall’autore che, necessariamente, prova soluzioni diverse, si pone dubbi tecnici, formali ed esistenziali. Dagli errori, dalle incongruenze di quelle opere germineranno poi nuovi capolavori.
Riflettere sulle sue opere significa confrontarsi col mosaico nel senso più generale del termine: col suo passato, col presente e con quello che potrà essere il suo futuro. Paolo si rapporta col mosaico senza soggezione alcuna. Egli conosce bene i linguaggi del mosaico greco-romano, di quello bizantino, di quello moderno e del contemporaneo, e sa quando e come impiegarli riattualizzandoli. L’artista è consapevole che la tradizione non può essere ignorata ma che, comunque, su di essa si può intervenire per rileggerla. Il punto di partenza dei suoi lavori è la sua personale indagine sullo specifico musivo, sugli aspetti che permettono di definire le peculiarità della tecnica. La sua conclusione è che il mosaico sia basato sulla discontinuità. Da questo assunto di partenza muovono le sue ultime sperimentazioni, che mettono a fuoco i percorsi da lui intrapresi in passato. L’elemento musivo, in questi suoi lavori, entra a fare parte di una discontinuità complessiva dell’opera con l’applicazione di tecniche differenti; il mosaico è qui infatti spesso una citazione in continuo dialogo con il movimento pittorico che costituisce la base della composizione stessa. La rappresentazione si muove all’interno di richiami informali intrisi di accensioni espressioniste. La discontinuità è poi presente anche nella trattazione delle tessere che sono irregolari nella forma, nelle dimensioni e giocano su suggestivi contrasti di materiali. Rispetto ai suoi mosaici degli anni ’80 o ’90, i movimenti musivi di Racagni perdono qui in re golarità acquistando una carica evocativa, se possibile, ancora maggiore, dilatando lo spazio interiore dell’immagine e facendo acquisire a quest’ultima una grande forza di suggestione. Si avverte sempre la presenza della tradizione, in particolare del mosaico ravennate, ad esempio per il taglio delle tessere o per il loro posizionamento differenziato sul piano d’allettamento, ma essa viene poi violentemente trasgredita dall’artista disattendendo spesso l’uso consueto degli andamenti.
È per questo che, dopo trent’anni, continuo ad amare il lavoro di Paolo Racagni: perché è policentrico, spiazzante, perché appena credi di avere trovato il bandolo della matassa il filo ti sfugge dalle dita, perché è sincero fino all’autoflagellazione e perché Paolo, nel suo essere artista, non dimentica mai di essere uomo.
Io, che lo conosco bene, guardando le sue opere rileggo la sua vita, riconosco i suoi incontri con Emilio Vedova a Venezia, da cui ha ereditato l’istintività rappresentativa, con Bruno Saetti, avvertibile nell’interazione di affresco e mosaico; i suoi tanti viaggi in Siria di cui alcune di queste opere sembrano trasmetterci i profumi e le malinconie. Accarezzando la sua vita riconosco anche la mia, anche quello che credevo di avere dimenticato.
“Adiòs, tu che guardasti il sole tramontare, presso la balaustra, al mio fianco, sorridendo… Adiòs, Re”
(Jack Kerouac, Visioni di Cody)
Ti ricordi, Paolo?
È bello ritrovarsi a Parigi

Michele Tosi