Dal momento che DiRavenna è sinonimo di non convenzionalità, per questo articolo ho pensato a qualcosa di particolare: Ravenna vista dall’alto.

“Quanto alto?”, penserete voi. “10 metri? 50 metri?”.

Di più, cari lettori: 4.300 metri.

Diciamo che questa volta ho azzardato qualcosa di atipico: la scorsa domenica pomeriggio mi sono recata al centro Skydive Pull Out, appena fuori Ravenna, dove ho trascorso un’intera giornata insieme ai paracadutisti, seguendoli fin sull’aereo, per soddisfare il piacere di mostrarvi la città da un’angolazione tutta nuova.

Questa volta ammiriamo Ravenna attraverso le nuvole!

Per chi non lo sapesse, il centro “Skydive Pull Out” ha sede a Ravenna, in via Dismano 160, nei pressi dell’Aeroporto Baracca di Ravenna.

Sorta nel 1989, questa scuola di paracadutismo è la prima in Italia ad essere stata riconosciuta idonea secondo i canoni equiparati alle norme europee e EASA (European Aviation Safety Agency).

Sul loro sito compare una frase, “Why walk when you can fly?” (Perché camminare quando puoi volare?), che decido di cogliere come una simpatica provocazione: basta con gli articoli scritti sulla terraferma, magari in un comodo ufficio. Voglio lanciare la moda della scrittura ad alta quota. Pratica e originale. E meglio se effettuata lontano dai pasti.

Uno degli istruttori del centro è anche un caro amico di famiglia e si chiama Paolo Lasagna.

Ex parà, Paolo ha alle spalle 583 lanci in ambito civile ed altre centinaia in quello militare.

Al centro di paracadutismo lavora come istruttore per compiere i cosiddetti “lanci tandem” in cui, sostanzialmente, è agganciato ad un passeggero non esperto per fargli vivere l’ebrezza di una caduta libera sul panorama del mare Adriatico.

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Prima di assaporare la città dall’alto, Paolo mi spiega che l’aereo impiegherà all’incirca mezz’ora per portarsi in quota (si parla di 4300 m di altitudine). Una volta stabilizzatosi, si potrà procedere al lancio che prevede circa un minuto di caduta libera ed una velocità di discesa iniziale pari a circa 50 m al secondo. Niente male.

E alla mia domanda: “Vi lanciate a stomaco vuoto?”, Paolo risponde, con la pacatezza che lo contraddistingue: “Beh, se si è mangiata una peperonata con i ciccioli sarebbe meglio non lanciarsi”.

Non so perché, ma qualcosa mi dice che abbia ragione. Gli credo.

E mentre continua a parlarmi, garbato e gentile come sempre, mi rendo perfettamente conto di una cosa: lo sto osservando con un’espressione da ebete. Fortuna che è un amico di famiglia.

La verità è che sono totalmente galvanizzata da tutto ciò che mi aspetta e che mi sento come una bambina che sta per aprire un enorme regalo.

Sono entusiasta di questo articolo e non vedo l’ora di salire sul piccolo aereo non solo per vedere Ravenna dall’alto, ma anche per assistere ai lanci dei paracadutisti esperti. E a quelli di due coraggiose ragazze che, per festeggiare il loro diciannovesimo compleanno, hanno deciso, proprio oggi, di regalarsi un’autentica iniezione di adrenalina lanciandosi agganciate ciascuna ad un istruttore.

Ed ecco arrivare l’ora X: una voce al microfono annuncia il prossimo lancio, il nostro. Finalmente è giunto il momento di incamminarci verso l’aereo.

Arrivati al portellone, inizio a sudare freddo quando Paolo mi fa indossare un paracadute. Con un filo di voce, mi scappa di dire un: “Ragazzi, calmi tutti, c’è un errore: oggi non è il mio compleanno!”.

Con questa battuta riesco a riscuotere diverse risate. “Meglio mostrarsi brillanti”, penso, “ché se questi mi prendono in antipatia ci mettono un attimo a lanciarmi giù…”.

Con mio grande piacere, scopro che il paracadute è obbligatorio per questioni assicurative e di sicurezza. Questo significa che non c’è alcuna intenzione di farmi venire un collasso cardiocircolatorio.

E così, ripreso il colorito in faccia, mi colloco di fianco al pilota. Dopo poco, è il decollo.

Sempre per questioni di sicurezza l’aereo prende quota sul mare, effettuando una serie di spirali che, un po’ per volta, lo conducono sempre più su, nel blu dipinto di blu.

In attesa di lanciarsi, Paolo mi spiega che vedere Ravenna da quell’altezza è una sensazione indicibile, un’emozione che resta per sempre. E io non posso dargli torto.

Ravenna, vista da 4300 m, è davvero indescrivibile: riesco a scorgerne il porto che, come una lingua blu, si infiltra fin quasi al centro storico.

Vedo il Pala de André, con la sua cupola bianca, e poi i moli di Marina di Ravenna e di Porto Corsini, simili a due braccia che racchiudono il mare.

Ed ecco la zona industriale, enorme anche da qua in cima, e la laguna della Piallassa Baiona.

Non molto distanti, le valli di Comacchio in tutto il loro splendore di colori, e la meravigliosa pineta, così folta e così verde.

E tutti i mosaici di campi coltivati, alcuni enormi ed altri più piccoli, alcuni di un bruno chiaro ed altri più scuri. Che spettacolo.

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Come sei bella, Ravenna. In questo giorno un po’ ventoso, che minaccia pioggia, ho l’onore di vederti in tutto il tuo splendore.

Estasiata dinanzi a questo panorama, per un attimo (ma solo per un attimo) non so cosa dire.

Il mio inconsueto mutismo viene interrotto dai gridolini che emetto osservando ciascun lancio dei miei compagni di volo. Compreso quello delle due ragazze che, in procinto di lanciarsi, secondo me in questo momento si stanno domandando come mai non abbiano pensato di festeggiare il compleanno in discoteca, come quasi tutti i loro coetanei.

Battute a parte, credo che ricorderanno questo compleanno per sempre. E trovo che sia fantastico regalarsi un’emozione simile.

Nella fase di discesa continuo a godermi il panorama ringraziando il pilota in modo quasi maniacale (forse sono vittima degli effetti dell’adrenalina?) e, una volta atterrati, corro da Paolo per dirgli che è stata un’esperienza fantastica.

Salendo in macchina, mi sento una tessera infinitamente piccola di quel mosaico di forme e di colori che spaziano dall’entroterra agricolo fino al mare Adriatico.

E penso che da qualche parte, in questo enorme mosaico, ci sono anch’io.

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E come si dice in Romagna…

“Quând che l’aqua la fa i caplèt, par che dè ad piöv un smèt” (“Quando l’acqua fa i cappelletti, per quel giorno di piovere non smette”) – le grandi gocce di pioggia, che cadono verticali e senza vento, formano delle bollicine d’aria nelle pozzanghere che scompaiono quasi subito. Queste bolle erano dette “cappelletti” ed erano indice di pioggia duratura.

Anna Zattoni