La cappella trecentesca in San Giovanni Evangelista

La cappella trecentesca in San Giovanni Evangelista, nota fin dall’antico con il nome di “cappella giottesca”, secondo la consuetudine degli antichi commentatori di attribuire al “famoso Giotto fiorentino” tutte le pitture locali del sec. XIV. La cappella era originariamente tutta affrescata; ora restano le pitture della volta e parte di quelle della parete di fondo. Negli spicchi della volta, spartiti da costoloni decorati alla cosmatesca, sono raffigurate quattro coppie di Evangelisti e dottori della chiesa; accompagnano le figure, agli angoli verso il centro, i simboli degli evangelisti racchiusi entro i clipei raggiati. Il tutto si presenta fortemente ridipinto, specie nei fondi e nelle decorazioni; infatti si ha notizia di importanti “restauri” eseguiti su questi dipinti nel 1777-78 da Francesco Zannoni padovano. Nella parete di fondo possiamo osservare i lacerti di due scene sovrapposte: in alto una Crocefissione, della quale il particolare più evidente è la figura della Maddalena dolente, in basso una Madonna con santi e donatori. La maggior parte di questo affresco venne scoperto nel 1930 da Renato Bartoccini, direttore dell’Ufficio scavi e Monumenti di Ravenna, rimuovendo sul fondo la pala del Beato Arcangelo Canetoli, a cui era dedicata la cappella. Nell’occasione si scoprì allora anche lo zoccolo della pittura con una scritta dedicatoria che fa riferimento all’anno 1380 e ricorda il magister Gherardo di Massa, committente della cappella, noto per altri documenti d’archivio di Ravenna. Gli affreschi vennero allora fissati e restaurati dal prof. Giuseppe Rivani di Bologna, coadiuvato dal Sig. Agostino Mazzanti. La scoperta fede cadere l’attribuzione al Baronzio, cioè alla scuola riminese, sostenuta fino ad allora; si avanzarono allora per i resti diverse ipotesi, fra le quali una dipendenza toscana o marchigiana. Recentemente (Volpe), si è avanzata l’ipotesi di una diversa mano per la volta e per il fondo: la prima, anch’essa tarda, forse anche posteriore al fondo, si lega a correnti di timbro chiaramente fiorito e internazionale, forse provenienti dalla non lontana Ferrara, mentre la parete si rifà a una formula di ritardato neogiottismo che si fa strada, in quegli anni, anche tra Bologna e Ferrara.

Luciana Martini