La collezione dei ritratti dei Cardinali Legati
Integrata con almeno due ritratti della Biblioteca Classense – quelli di Giulio Alberoni e Ulisse Giuseppe Gozzadini – la serie iconografica dei Cardinali Legati, a lungo depositata all’Archivio storico comunale poi all’Archivio di stato, documenta per immagine e con buona continuità più di mezzo secolo di governo pontificio in Romagna: dal romano Filippo Antonio Gualtieri che fece la sua entrata a Ravenna il 14 dicembre 1706 al senese Enea Silvio Piccolomini, morto in realtà a Rimini nel 1768, l’anno stesso della sua investitura da parte di Clemente IX (più isolato e tardivo si aggiunge anche il ritratto di Antonio Rusconi che fu in carica dal 1820 al 1824). Questa ventina di ritratti finisce dunque per confermare i modi e i tempi, soprattutto settecenteschi, della diffusione sempre più capillare nelle sedi periferiche, delle collezioni iconografiche, di norma riservate a vescovi e a cardinali locali. La serie ravennate, in particolare, non sembra avere equivalenti a Bologna e a Ferrara, cioè nelle altre antiche sedi di Legazione, ma non per questo può dirsi omogenea. È oltretutto assai dubbia la sua pertinenza all’antico palazzo governativo. Nel 1846, al tempo delle celebrazioni per l’elezione al soglio pontificio di Pio IX e giusto in parallelo con la commissione ad Angelo Ferrari del primo lotto di stemmi dei governatori di Ravenna, risulta che fosse piuttosto il Comune a concedere in prestito al cardinal Massimo la propria collezione di ritratti Legatizi, quella che, in età di Restaurazione aveva trovato posto nell’anticamera del Consiglio. La serie, di cui, come si vedrà, cominciamo ad avere notizie negli inventari settecenteschi, si componeva allora di ventisette immagini, dal cardinale Durazzo, Legato a Ravenna nel 1701, ai più recenti Vincenzo Macchi e Luigi Amat (altre quattro risultavano già allora non identificabili).

Stefano Tumidei (stralcio)