Una città è fatta di luoghi, di strade e dintorni.

Tutti sono custodi di memorie che tornano alla luce quasi per contagio non appena si avvia il ricordo. La traduzione degli avvenimenti risente del momento in cui in qualche modo li abbiamo fissati nei sensi e nella nostra mente e poi coltivati nella nostra fantasia. È allora che i nostri ricordi diventano indelebili.

Ero bambino, erano gli anni ’50 del secolo scorso. La Rocca Brancaleone era diroccata!

Non era consentito l’accesso ad estranei. All’interno, ma solo in una parte del complesso era situato credo un orto. Nel torrione che si affaccia sul cavalcavia della stazione, nei pressi del quale c’era la famosa fabbrica del ghiaccio, solo sterpaglie, rovi e qualche biscia.

Noi ragazzini reduci da avventure cavalleresche di film di terza visione, avevamo costruito un nostro mondo fantastico, epico e misterioso che aveva nel torrione della rocca il suo luogo d’incanto. Dovevamo in qualche modo penetrarvi disattendendo al divieto d’accesso perché lì la nostra fantasia guerriera prendeva corpo.

Da qualche parte della spessa muraglia c’era un foro da cui si poteva entrare.

Una volta dentro la delusione per lo spettacolo di piante abbandonate, graminacee, incolti rovi e canne, rendeva la nostra avventura una impresa fatta solo di graffiature e lividi, ma ne valeva la pena perché la violazione del mistero della rocca, coniugata a fantasie infantili di spadaccini impavidi che scalavano mura di castelli e attraversavano fossati impervi esaltava le gesta di una piccola banda di coetanei rinsaldati dall’avventura di cui ancora oggi è rimasto il ricordo.

Gianfranco Coccari