S. Apollinare in Classe è fra le basiliche ravennati il monumento più complesso nel quale si assommano messaggi politici, memorie locali e una mirabile sapienza allegorica che promana da ogni singola figura. La chiesa è punto nodale per la coesione dell’intera comunità in quanto monumentalizzazione della tomba del più importante Santo locale. È luogo per eccellenza della memoria della Chiesa ravennate anche dal punto di vista strettamente istituzionale: qui sono impiantate le tombe dei vescovi dal VI secolo in poi. Qui viene effigiata la consegna dei privilegi alla Chiesa di Ravenna – nella persona
del vescovo Reparato – da parte dell’imperatore Costantino IV (668-685); qui viene affissa l’epigrafe del 731 che commemora la donazione alla stessa chiesa di beni immobili, da parte dell’arcivescovo Giovanni V. Per questo carico simbolico, oltre che per le regolari funzioni liturgiche, Sant’Apollinare viene impiegata da soggetti differenti per più scopi, come l’episodio in cui il clero, in rotta con l’arcivescovado, si riunisce qui nel 666 sotto la guida del diacono Reparato (il futuro vescovo) in aperta ostilità col presule ravennate.

LE ALLEGORIE

LA MANO DI DIO PROTESA DAL CIELO
La parola “ allegoria ” significa “testo dal significato nascosto”.
Nella sua prima applicazione in epoca cristiana, allegoria indica un modo di interpretare le Sacre Scritture e di scoprire, al di là dei fatti e delle persone narrati, verità permanenti di natura religiosa o morale.
In pratica, il significato letterale di un testo (anche figurato) cede il passo ad un significato spirituale, posto ad edificazione dell’anima del fedele.
La mano di Dio protesa dal cielo faceva parte della formula iconografica inventata sotto Costantino per definire visivamente la gerarchia dei poteri.
Per l’imperatore (in seguito sostituito da Cristo stesso o dalla Madonna) si era fissato lo schema del personaggio seduto sul trono d’oro -un tempo riservato agli dei- lasciando inalterata la raffigurazione della maestà imperiale.
La formula veniva poi completata da una mano che scendeva dal cielo per benedire o incoronare l’imperatore nella maestà o nella apoteosi.
La mano di Dio protesa sopra un personaggio che si trova sulla terra (si confrontino le scene nelle lunette di San Vitale) aveva lo stesso significato iconografico chiaro, come quello della maestà.
Ma se il tema del trono d’oro risale all’età classica, la mano di Dio viene dall’arte ebraica: si trova negli affreschi della sinagoga di Dura Europos, un secolo prima del suo impiego nell’arte imperiale cristiana di Costantino.

LE PECORE E IL NUMERO 12
Sono dodici le pecore che escono -sei per parte- dalle due città di Betlemme e Gerusalemme e sono dodici le pecore che si affiancano al vescovo Apollinare, al centro dell’abside, sotto la grande croce gemmata. Nella Bibbia il dodici denota totalità, insieme, completezza: dodici sono le tribù di Israele (il popolo di Dio) e dodici è il numero degli apostoli che formano la Chiesa universale.
La pecora indica sequela ad una guida.
L’allegoria nascosta nelle figure si mostra nella sua limpidezza: il Cristo offre a tutti la salvezza per il tramite della sua Chiesa.

IL PAESAGGIO LUSSUREGGIANTE E LE DUE PALME AI LATI DELL’ABSIDE
Sono la gioia della salvezza a cui partecipa anche tutta la natura.
Le due palme completano la rappresentazione con la memoria della Risurrezione di Gesù.
Nella allegoria della natura fiorita e rigogliosa, il fedele riconosce che Battesimo ed Eucarestia restituiscono l’uomo al Paradiso terrestre.

BETLEMME E GERUSALEMME
Betlemme è la città di Davide, la città dell’antico patto: il Redentore sarebbe nato lì. Gerusalemme è la città del secondo patto: le due città indicano tutto l’arco della storia della Salvezza che si incentra nel Cristo.

IL PAPPAGALLO SULLO SFONDO DORATO
Tutti i toni del verde che disegnano prati, alberi e sempreverdi vengono mescolati per comporre il corpo del pappagallo appoggiato ad un ramo fruttifero che non ha tronco nè radice, unico uccello che si inserisce nella zona dorata del catino absidale.
Il pappagallo simboleggia Maria, fulgida porta del cielo che colma la distanza tra Cristo e le creature e permette l’accesso a Gesù e alla beatitudine eterna.
Il verde delle sue piume non può essere bagnato dalla pioggia che batte e bagna il verde della vegetazione terrena.

LA PAROLA “PESCE”
È una delle allegorie del Cristo più care alla comunità antica.
La parola “pesce” (in greco) è la somma delle iniziali della frase che recita: Gesù 286 Arte e sogno, Gloria e fede Cristo figlio di Dio Salvatore. Nel mosaico si aggiungono due lettere (anch’esse allegoriche, anch’esse in greco) alfa e omega – principio e fine della vita – e l’espressione latina “ salus mundi ”, salvezza del mondo.
Mettete insieme le tre espressioni e ne ricaverete in tal modo una bellissima preghiera: una sorta di “Credo” semplificato che la comunità cristiana di Ravenna pronunciava nel luogo più santo e cuore della loro città.

GLI ORNAMENTI DI APOLLINARE: LA SCIARPA E IL MANTELLO
Sotto l’immensa croce gemmata racchiusa in un cielo di stelle, si impone la statuaria figura del vescovo Apollinare. Le stelle sono 99, come le pecore della parabola di Matteo (18, 12-14) messe al sicuro dal pastore, che tuttavia esce nella notte per cercare la pecora smarrita.

SULLE SPALLE PORTA UNA SCIARPA DI LANA BIANCA MACCHIATA DI NERO
Quella sciarpa rappresenta la pecora smarrita che il “buon pastore” si è messa in collo, perché bisognosa d’amore. Ai suoi piedi il gregge è diviso in due gruppi, ciascuno condotto da un maschio, il mosaico offre due diverse tonalità di bianco: bianchissime le pecore alla nostra destra, perché purificate dalla parola di Dio; grigie le altre, perché ancora non raggiunte da quella parola.
Sotto la sciarpa Apollinare indossa un mantello purpureo, decorato con centinaia di api (sono esattamente 207). Le api sono l’allegoria della eloquenza del vescovo, che si manifesta nella capacità di interpretare e rendere attuale le parole di Dio per la propria comunità.

CROCE GEMMATA E CIELO STELLATO
Per il cristianesimo dei primi secoli la croce è sempre gemmata: viene proposta cioè nella dimensione della Risurrezione e non invece come strumento della Passione e Morte di Gesù.
Il volto di Cristo, al centro della Croce, è il volto del “trasfigurato”: di colui che anticipa ai discepoli (le tre pecore) la sua gloria del Risorto.
Gesù ci dice che egli dà la sua vita “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso”.
La vita la si trova soltanto donandola: più uno dà la sua vita per gli altri, più abbondante scorre il fiume della vita. In secondo luogo Gesù ci dice che la vita sboccia nell’andare insieme col Pastore che conosce il pascolo. Il pascolo, dove scorrono le fonti della vita, è la Parola di Dio come la troviamo nella Scrittura
e nella fede della Chiesa. Il pascolo è Dio stesso che impariamo a conoscere mediante la potenza dello Spirito Santo. L’allegoria risulta infine spiegata: il Mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo si mostra pienamente efficace; grazie a Lui ogni uomo viene cercato per essere salvato.