È mia personale convinzione che solamente testimoni oculari della IV crociata avrebbero potuto realizzare quel grande mosaico che pavimentava, per tutta la sua larghezza, la navata centrale di S.Giovanni Evangelista: portato a termine con precisione sorprendente, proprio a ridosso dell’evento militare e prima ancora che i cronisti del tempo ne avessero divulgato gli episodi più salienti. Naturalmente il chiaro intento glorificatore dell’intero fregio è rivolto alla prestigiosa abbazia benedettina:
l’esito fortunato della crociata che portò alla fondazione dell’impero latino di Costantinopoli e all’elezione a patriarca latino di un veneziano-ravennate, Tommaso Morosini, canonico di Santa Maria in Porto, chiesa che dipendeva da S.Giovanni Evangelista.
Una pagina gloriosa di storia locale che si intreccia con i famosi avvenimenti del tempo e che riporta la città di Ravenna con l’importante monastero benedettino ad un livello internazionale di primo piano.
Ma quali furono i “testimoni oculari” della crociata?
Se scarsi ed avari sono i documenti d’archivio, è soprattutto una ricca storiografia locale a suggerire i protagonisti indiziari dell’impresa musiva, che si riducono presto a tre: l’abate Guglielmo, il quale firma il pavimento del 1213; l’arcivescovo Alberto Oselletti, più sopra segnalato al comando della flotta veneziana e, quale terzo testimone, un innominato crociato ravennate al seguito di Oselletti, ritornato in patria dopo la missione a Costantinopoli. Quanto all’abate Guglielmo, identità e carica abbaziale restano avvolte nella penombra: forse è lui il successore di Enrico, a
comparire dopo un vuoto di dieci anni nella cronologia degli abati di S.Giovanni, segnalato da una semplice ed enigmatica lettera “W” (Wilelmus?) nell’anno 1219.
Ed effettivamente dovrebbe essere proprio lui il Guglielmo abate che resta in carica fino al 1226, menzionato una sola volta negli archivi notarili di Ravenna per il rinnovo del contratto di enfiteusi del sito di S.Gervasio.
Di Alberto Oselletti possediamo un secco fotogramma redatto nel suo dizionario storico, da Primo Uccellini “Alberto dalla sede vescovile di Imola fu promosso all’arcivescovato di Ravenna nel 1202; ebbe dai veneziani la condotta dell’armata contro i Saraceni, morì nel 1207”.
Possediamo altresì una sintetica caratterizzazione che il Rubeus offrì di lui nel tardo Cinquecento “Essendo uomo d’azione e dotato di tempra militare fu comandante in capo della flotta veneziana contro i Saraceni”.
L’affermazione che il nostro presule si fosse unito in Venezia agli altri crociati per guidarli oltremare, già confortata dal fatto che la documentazione lo da assente dalla sua sede ininterrottamente per vari mesi, dal 1202 all’agosto 1203, potrebbe trovare conferma nella straordinaria sintesi figurativa del mosaico pavimentale.
Serafino Pasolini, teologo lateranense, lascia intendere, al di là della personale presenza del presule Alberto, una partecipazione relativamente ampia dei ravennati alla quarta crociata. Alla esperienza sul campo di qualcuno di essi è forse dovuto il legame con l’abate Guglielmo nella progettazione, assai fedele, degli episodi cruciali della spedizione: le battaglie navali, gli assedi, la presa di Zara e di Costantinopoli.
Al triangolo dei testimoni indiziari – Guglielmo, Alberto Oselletti, il giovane innominato – sarei tentato di assegnare il primo frammento musivo del ciclo, di difficile interpretazione, genericamente considerato come scena di investitura, o piuttosto di un postulante ricevuto dal papa; ma anche oggetto di una più complessa esegesi. A destra, un personaggio in mitra, sul trono, in atto di parlare, recante nella sinistra un rotolo e, di fronte a lui, inginocchiato, un giovane in possesso di due altri documenti. Gli elementi focali della scena paiono essere tre: la mitra, copricapo usato dai vescovi della chiesa cattolica durante le celebrazioni liturgiche;
l’atteggiamento severo e solenne del presule; i rotoli contenenti messaggi nelle mani dei due. Ponendo l’episodio all’inizio della narrazione, potremmo interpretarlo in questo modo: L’arcivescovo Oselletti è colui che prende la parola in un momento cruciale della liturgia. Nella mano esibisce la lettera di papa Innocenzo III rivolta ai cavalieri e ai nobili d’Europa, piuttosto che ai re, con la quale era stata promossa la spedizione crociata; dinnanzi a lui un giovane aristocratico, a simboleggiare la platea dei nobili ravennati che vengono anch’essi investiti della missione oltremare e nelle sue mani i certificati che impegnano la chiesa a vigilare sul di lui patrimonio durante la sua assenza e la eventuale liberatoria all’arruolamento.
Le scene marittime presentano i galeoni veneziani ben delineati nel loro fasciame, con vele spiegate o ammainate, alcune con marinaio faticosamente arrampicato sull’albero o appollaiato in coffa, a vedetta, a far segnalazioni acustiche mentre gonfia con forza le gote13.
Una seconda scena marittima, di straordinario valore documentario, riferisce la presa finale di Costantinopoli, dal mare e non da terra, come sostenuto da alcuni commentatori dell’epoca e poi ingigantita dalle fastose tele di Palma il Giovane o di Eugène Delacroix. Nel mosaico in San Giovanni, pur nell’incertezza del singolo episodio: che si tratti del primo tentativo di occupazione di un tratto di mura (luglio 1203) o piuttosto della presa decisiva, avvenuta nell’aprile del 1204, l’espediente tecnico dello sbarco diretto dalle navi sulle mura, con scale di corda, è precisamente documentato, sciogliendo in tal modo e definitivamente l’antica questione.
Due scene di battaglia terrestre, come si deduce dalle didascalie, sono relative agli assedi e alle conquiste di Zara e Costantinopoli. Le città sono indicate convenzionalmente, secondo la maniera tardo-antica, con una specie di torre di cinta muraria a vari piani di finestre, alta poco più dei personaggi vinti che avanzano mesti, con le mani legate, in atto di sottomissione. Di fronte a loro il crociato, vestito di una lunga tunica a squame e col corpo di tre quarti e il volto di profilo, alza minaccioso la spada.
Nei vari riquadri che mostrano i crociati in azione non risulta ancora segnalato, per quanto mi consta, un elemento grafico di sicuro interesse documentario: mi riferisco agli scudi a forma di mandorla, decorati a bande trasversali. Il colore giallo e nero di tali bande corrisponde esattamente al blasone dei fratelli Baldovino ed Enrico di Hainaut, primi imperatori latini di Costantinopoli.
Di contingenti “francesi” e non veneziani potrebbe dunque trattarsi e in tal caso il testimone oculare, relatore a Guglielmo, potrebbe a maggior ragione essere ricercato tra i crociati ravennati che “si portarono in Oriente” (Pasolini) militando a fianco dei veneziani, sotto l’alto comando di Baldovino ed Enrico di Fiandra.
Farioli conclude qui la sua analisi stilistica “Un altro riquadro mostra un gruppo di crociati, scaglionati in due file, con le destre alzate per lanciare l’asta. In questo riquadro, come l’altro relativo alla presa di Costantinopoli, si nota come manchi un qualsiasi rapporto prospettico tra le figure in primo piano e quelle in secondo piano. Queste sono disegnate appresso alle altre, ma per indicare che stanno dietro di esse, l’artista ha eliminato i piedi, pur mantenendo le stesse proporzioni dei corpi. Sono rigide e goffe, se si vuole, ma lo spirito che le anima è fresco ed ingenuo; la rigidezza traduce il simbolo della potenza e rende l’idea della massa compatta dei soldati divenuti già leggendari: quelli che per l’ideale della fede lasciavano le loro terre per liberare il Santo Sepolcro. Sono raffigurazioni e temi rispondenti allo spirito e alla cultura dell’epoca”.

Gianni Morelli