Un artista di strada francese, tra quelli della prima generazione, Christian Guemy, ha fatto recentemente i conti con questa nuova arte che sta per compiere i 50 anni.

“… ho assistito all’evoluzione di questo tipo di arte urbana. Mi sembra che più generazioni si siano succedute da allora. Le ambizioni e le pratiche di ognuna di esse sono così diverse che meritano una distinzione”

I PIONIERI DEI GRAFFITI. LA NASCITA DELLO SPRAY

I graffiti esistono da sempre. Si tratta di un fenomeno antropologico. Il Colosseo stesso è ricoperto di scritte lasciate da sconosciuti nel corso dei secoli.
Negli anni ‘60, l’apparizione della bomboletta aerosol ha offerto alla gioventù disillusa di quegli anni uno strumento particolarmente efficace per lasciare delle iscrizioni sui muri di città anonime, in strade considerate fino ad allora dei non-luoghi dell’arte. E’ stato lo spray, un’innovazione tecnologica, a dare slancio al movimento dei graffiti.
Questa prima “generazione” ha definito i codici di una nuova cultura urbana, I graffiti trovano origine in uno spirito romantico.
Disinteressati e spesso anarchici, il coraggio è il principale elemento per giudicare la qualità di un intervento. La performance serve a trasgredire e a provocare nello spazio pubblico. La ricercatezza delle loro calligrafie è estrema, il loro scopo principale è piacere al proprio gruppo di appartenenza, e non piacere alla società che intendono provocare. Una logica tribale li conduce a impossessarsi dello spazio pubblico.
Le loro azioni possono essere interpretate come una reazione alla rapida cementificazione alla quale si assiste in una società che pensa solo a evolvere e che tende a escluderli.
Per riconoscersi tra loro firmano con uno pseudonimo su qualsiasi superficie. Sono gli unici a poterlo decifrare e questo contribuisce ancora di più alla non-comprensione delle loro azioni da parte della società.
Salvo qualche rara eccezione, queste prime generazioni non vogliono commercializzare la loro arte, che si fonda esclusivamente su una contestazione sociale e su una performance fisica. Si limitano a intervenire senza autorizzazioni, alla ricerca della “bellezza del gesto”. Non cercano il riconoscimento sociale, anzi…
Si tratta di un vero e proprio stile di vita che mette radici in una generazione disillusa e che mette in discussione il concetto di proprietà privata. L’arte di questa prima generazione di writers è rapidamente etichettata dalla società e dalle autorità come “vandalismo”, perché degrada e diminuisce il valore di beni pubblici.
Ovviamente, negli anni ’90, questi interventi provocano una forte ondata di repressione e una disapprovazione generale da parte della società nei confronti di questa forma di espressione artistica.

INTERNET E LA GENERAZIONE STREET-ART

Verso il 2000, alcune innovazioni tecnologiche mettono a disposizione degli artisti nuovi strumenti: i computer e internet cambiano radicalmente gli equilibri mediatici.
Internet consente a questa nuova “generazione” di artisti la possibilità di raggiungere i canonici attori del sistema dell’arte: giornalisti, critici, curatori e galleristi.
Questa nuova generazione si appropria di internet, che diventa un nuovo “non-luogo” dell’arte. I giovani del 2000 sono cresciuti in mezzo ai graffiti e ne conoscono i codici alla perfezione.
Molti sognano di diventare artisti e frequentano degli istituti di graphic design, dove studiano la cultura e l’estetica dei graffiti. Non c’è da stupirsi se un’intera generazione di graphic designer ha fondato il proprio lavoro sui codici dei graffiti.
Rapidamente, il loro desiderio di diventare degli artisti professionisti li porta a deviare, se non addirittura a traviare, i codici dei graffiti con il solo fine di poterli commercializzare.
Il marketing è una necessità per qualsiasi professionista, ma impone un’autocensura che favorisce la ricerca di consenso e che si adatta a scelte che facilitano l’emersione del movimento. La struttura e la forma stessa della street art sono condizionate dalle logiche di internet e dai suoi modelli di diffusione culturale.
I nuovi artisti di strada prendono a prestito le forme dei graffiti, ma le modificano per poterli diffondere su internet, sui loro siti, su blog specializzati e per permettere al pubblico di condividerli sui social networks.
Ai writers interessava solo il riconoscimento degli altri writers. La Street Art vuole invece sedurre quanti più spettatori possibili. Lusinga il gusto del pubblico, senza contrariarlo mai. Anzi, ne asseconda l’ego invitandolo a partecipare e illudendolo di prendere parte a un movimento dall’aspetto libertario
Per conquistare il mercato e soddisfare il gusto del pubblico, questa generazione svia i principi cardine dei graffiti, tradisce i cardini dei graffiti.
1) Mentre i graffiti puntavano a non piacere, gli street artists in erba cercano di piacere e cercano di allargare quanto più possibile il proprio pubblico.
2) Mentre i writers proteggevano la loro identità, gli street artists mostrano il loro volto, perché cercano popolarità e visibilità.
3) I writers deturpano lo spazio pubblico, gli street artists lo abbelliscono e partecipano al restyling dei quartieri popolari nei quali operano.
4) Mentre i writers non si sono posti il problema della commercializzazione, gli street artists hanno calcolato tutto in funzione di questa, dei musei e degli onori più diversi. Questa generazione di artisti si è avvicinata così tanto al sistema che ne fa ormai parte.
I writers non ci sono mai cascati e detestano la street art, perché giustamente la percepiscono come uno svilimento commerciale della loro pratica.
Perché non bisogna sbagliarsi: la street art è un surrogato dei graffiti e ha tra i suoi obiettivi la loro commercializzazione e la ricerca di un’arte inseribile nello spazio pubblico che sia piacevole e facile da condividere su internet. La street art non è rivendicativa, ma edonista.

LA NUOVA STREET-ART , IL MURALISMO

La street art ha raggiunto un duplice obiettivo verso il 2010
1) il movimento ha ottenuto un vasto riscontro da parte del pubblico e i suoi attori si sono professionalizzati.
2) la commercializzazione ha raggiunto un apice. Le istituzioni culturali iniziano a investire in questo nuovo filone, ma non provano né a capirlo né a renderlo comprensibile al grande pubblico.
La street-art è ormai un prodotto come gli altri
Gli attori del mercato dell’arte : galleristi, collezionisti, pubblicitari, media, hanno trovato un nuovo business, molto simile all’industria dell’intrattenimento.
I writers e gli street artists hanno accettato le regole del gioco e producono opere per decorare i salotti borghesi. La provocazione è ormai solo simulata.
I graffiti e la street art sono diventati un mestiere qualunque e sono talmente apprezzati, da essere integrati nei corsi di alcune scuole d’arte.
Molte istituzioni, municipalità, sponsor e gallerie, oltre ad una miriade di altre possibilità commerciali fanno oggi della street art un mestiere rispettabile. Il fiorire dei festival mette a disposizione di una nuova generazione di artisti quelle superfici legali che non hanno avuto né i primi writers né la prima generazione di street artists. E’ un sogno che si avvera.
Le commissioni di muri monumentali implicano una censura collettiva (progetto preliminare, toni politically correct che non turbino la cittadinanza, censure politiche locali) e hanno generato un nuovo tipo di street art: il “muralismo”.
Questi interventi sono realizzati in gran parte nell’ambito di festival sostenuti dalle municipalità. Sono affidati a un gruppo relativamente ristretto di pittori, a cui non viene offerta nessuna possibilità di trasgressione o di provocazione.
Il finanziamento di operazione come queste è il terreno su cui stanno tornando in pompa magna i galleristi, i curatori e gli sponsor, ovvero tutti quegli attori che erano stati schivati dalle due prime generazioni. Con la nuova pratica semi-istituzionale del muralismo, non rischia di sparire solo la libertà di espressione, ma anche l’indipendenza stessa degli artisti.
“ Bisogna quindi sperare che il muralismo non trasformi un po’ alla volta la street art in un’arte decorativa e priva di contenuti polemici…”
Ecco in che direzione stiamo andando.
Muri monumentali dipinti nello spazio pubblico si commissionano da sempre. E’ quindi lecito chiedersi in cosa il muralismo di oggi sia moderno, “ tenendo comunque a mente “ conclude Christian Guemy “che non si può parlare di “normalizzazione”, perché le strade dei nostri quartieri hanno finalmente una bella cera e sono più vivibili di quelle grigie della mia infanzia”.

Gianni Morelli (traduzione e sintesi)