Ma allora, da dove partiamo? Ci serve qualcuno che abbia più dimestichezza di me con il Regno del dio Nettuno; la nostra guida d’eccezione sarà il delfino di Sant’Apollinare Nuovo, appena uscito dalla scenetta della pesca miracolosa, in cui il simpatico pesciolino sguazza da ormai 1500 anni. Gli antichi greci avevano i delfini in così grande considerazione che ucciderli equivaleva uccidere un uomo e questo crimine era punito con la morte. Ecco perché esistono tantissime leggende legate all’amicizia tra delfini e uomini in balia delle onde. Per esempio, lo storico greco Erodoto narra che Arione, figlio di Poseidone, si recò in Sicilia e dopo aver guadagnato molto denaro, decise di tornare a Corinto; partì da Taranto con una nave di Corinti i quali volevano derubarlo e gettarlo in mare.
Arione cedette il denaro e, una volta in mare, venne salvato da un delfino che lo portò sano e salvo in Grecia. Nel cristianesimo è Gesù Cristo ad essere rappresentato sotto forma di delfino: simbolo di trasformazione spirituale dell’uomo che si avvicina a Dio e di resurrezione, così come è rappresentato in San Vitale, dove si intrecciano coppie di delfini sopra al cosiddetto Trono di Nettuno. Del resto, una coppia di delfini si ritrova all’interno dell’antico mercato coperto cittadino, poco lontano da dove ha anche sede la più antica corporazione di mestiere in Italia, la Casa Matha che, grazie alla famosa Carta piscatoria del X sec., può ritenersi l’esempio più antico di società di mutuo soccorso. Il suo strano nome pare venga dagli ami da pesca che figurano anche nel suo logo, visto che si trattava di una società di persone legate all’economia della pesca. Delfini quindi, che escono dalle onde insidiose del mare, si tuffano nelle sue profondità per ritornare a galla più belli e forti di prima…una rinascita che ripropone in acqua quello che io, la Pigna, simboleggio sulla terra. E delfini ne troviamo al largo della bocca del canale Candiano, fatto costruire per volere di Papa Corsini, Clemente XII, all’inizio del XVIII secolo per ridare alla città di Ravenna l’elemento da cui era nata: il mare. Con la stessa intenzione, il cardinal legato Giulio Alberoni nel 1739 aveva fatto costruire la Porta Corsini o Porta a Mare all’imbocco del canale, di cui oggi purtroppo non resta che una grossa pigna solitaria appollaiata su una colonna a ridosso della ferrovia. Ma per sguazzare non dobbiamo allontanarci così tanto: il nostro amico sta già ispezionando la fitta rete di canali di Ravenna…canali? Certo, se ci sono ponti, ci saranno anche canali…andiamoli a scovare!
Basta fare attenzione ai nomi di tante vie, strade e piazze di Ravenna, cioè alla toponomastica cittadina, per intuire qualcosa. Partiamo da un vicoletto che porta un nome così simpatico che non potete dimenticarlo ‘Padenna’; sì perché deriva da Padus, il nome latino del fiume Po, e finisce in ‘enna’ come Ravenna. Poco distante, accanto alla Torre pendente (XII sec.) troviamo Via Ponte Marino e, non lontano, in Via Salara una targa ricorda che lì a qualche metro dal piano di calpestio esiste ancora il cosiddetto Ponte di Augusto.
Incominciamo dunque a fiutare odor di canali! Inseguendo la nostra guida tra le onde del fiume Padenna, se non vogliamo bagnarci i piedi, per forza troviamo altri ponti. Quello successivo lo incontriamo di fronte ad un’antichissima chiesa travestita oggi da negozio di alta moda che porta il suo nome: San Michele. Ma il ponte più imponente della città, più elegante e unico nel suo genere, lo troviamo qualche passo più avanti. Nessuna città al mondo può vantare un ponte così: si tratta dell’attuale Piazza del Popolo, costruita dai veneziani per congiungere i due nuclei originari della nostra città, separati per secoli proprio dal Padenna! Qui salutiamo le nostre amiche (ma quante!), appollaiate un po’ ovunque e nascoste nei posti più impensabili.
Se proseguiamo tra i flutti delle acque ravennati incrociamo il Ponte Apollinare, detto anche pons coopertus perché anticamente era coperto dal porticato della chiesa di Santa Giustina in Capite Porticus, i cui resti perennemente allagati sono ancora visibili all’ingresso di un famoso quanto triste condominio del centro. A pochi passi dalla più antica Pasticceria cittadina, anche lei travestita da negozio di alta moda, raggiungiamo il Ponte Capitello, non senza prima aver fatto un saluto ai pesciolini rossi che da anni vivono a casa di Nettuno, nella cripta dell’attuale Basilica di San Francesco.
Nella crrr…che?
Nella ‘cripta’, uno spazio seminterrato sotto l’altare maggiore, impiegato principalmente per la sepoltura di personaggi importanti della chiesa; lo strano nome deriva dal verbo greco kryptòs che signifi ca ‘nascosto’, proprio come il carattere della nostra città, che tende a nascondersi, così come chi la abita. Eppure spesso chi si nasconde è perché desidera essere trovato: ecco perché noi vogliamo continuare la nostra caccia all’acqua! Forse ormai i ponti non si vedono più, ma se ascoltiamo bene, nelle notti più buie e silenziose sentiamo ancora il gorgoglio delle acque che scorrono sotto le strade della nostra città. E pare proprio che la stessa origine del nome ‘Ravenna’ derivi da un verbo greco reo che indica il fluire dell’acqua.

Silvia Togni

(estratto dal libro “A Ravenna Una Pigna tira l’altra” di Togni Silvia con illustrazioni di E. Rambaldi – ed. Angelo Longo)